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EDUCAZIONE SIBERIANA - di Sonny Delvecchio


Educazione Siberia, l'ultima creatura di Gabriele Salvatores, è forse uno dei migliori film apparsi sul grande schermo negli ultimi cinque anni.

Tratto dal primo romanzo (autobiografico) dello scrittore russo Nicolai Lilin, il film narra di una cittadina di Fiume Basso, nella Transnistra (l'odierna Moldavia Orientale), una cittadina in cui vivono, coesistono e comandano bande criminali deportate in quel luogo durante il regime stalinista. Il clan che spicca tra questi è quello degli Urka Siberiani, capeggiato da Nonno Kuzja, interpretato da un magistrale, forse perfino monumentale, John Malkovic.

La storia narra di due ragazzini, Kolima, nipote di Nonno Kuzja, e Gagarin, e della rigida e quantomai controversa educazione che viene loro impartita, un'educazione agli antipodi di quella a noi comunemente nota, un'educazione fondata su pilastri quali il furto, la rapina e l'uso delle armi. Una comunità fatta di regole ferree e di tabù, costellata di comandamenti da rispettare per potersi definire “un onesto criminale”.

La vicenda è impostata su due piani temporali differenti, che s'intrecciano e si mescolano delicatamente: il primo ha il suo inizio nel 1988, a un passo dal crollo del Muro di Berlino e della conseguente capitolazione dell'Unione Sovietica; il secondo nel 1998.

Il primo piano temporale mostra l'educazione dei piccoli Kolima e Gagarin, condotti e protetti da Nonno Kuzja, che mostra e insegna loro ciò che è permesso, come l'omicidio per giusta causa, e ciò che non è permesso, come tenere soldi in casa e fare uso di droghe. I due ragazzini apprendono tutto ciò che viene loro trasmesso, “allenandosi” al fine di diventare parte della comunità. La caduta del Muro, fatto d'impatto mondiale, non può non sortire effetti anche sulla comunità di Fiume Basso, rimasta paradossalmente protetta nel suo isolamento, fino al crollo dell'Urss: in pochi anni un mondo rimasto pressoché immobile per quasi ottant'anni si ritrova a fare i conti con un'invasione culturale proveniente dalla sponda dei vincitori occidentali. Kolima e Gagarin, separati per 7 anni, si ritrovano quasi ventenni nel '95. Presto entrambi scopriranno che non è cambiato soltanto il mondo circostante, ma anche il loro spirito: Kolima è rimasto strettamente legato alle regole del clan, mentre Gagarin è pronto a infrangerle tutte, in nome di quegli ideali plutocratici che non conoscono né regole né limiti, ma solo il potere dei soldi.

La chiave di lettura dell'essere umano è cambiata: se prima bastava guardare i tatuaggi di un uomo per conoscerne la storia, ora che il mondo è cambiato bisogna adattarsi all'evoluzione o rassegnarsi a una progressiva, rapida e inevitabile estinzione.

L'altro piano temporale segue un'operazione militare di un distaccamento dell'esercito russo, impegnato a stanare un gruppo di trafficanti di droga. La mimetica militare nasconde la presenza di Kolima fra i soldati del distaccamento: il nipote di Nonno Kuzja è stato inviato in missione per conto del suo clan, al fine di trovare e uccidere il responsabile di uno stupro avvenuto tre anni prima.

Salvatores regala al suo pubblico uno spaccato di storia criminale, senza l'intento di mitizzare o esaltare tale cultura, mostrandone la singolarità, con una descrizione molto ben curata, improntata a mettere in risalto i lati più significativi, come l'importanza dei tatuaggi, intesi come le pagine della vita di un uomo, che raccontano chi è, concetto che ritroviamo (anche se più abbozzato) in un altro film sulla criminalità di ceppo russo come “La Promessa dell'Assassino” di David Cronenberg. L'attenzione per la parte relativa all'educazione mette in ombra quella della missione di Kolima, che il regista (e sceneggiatore) liquida in maniera forse troppo sbrigativa, giungendo repentinamente all'epilogo del film, lasciando lo spettatore soddisfatto per aver visto un prodotto di ottima qualità, ma con il piccolo rammarico scaturito proprio dal finale “frettoloso”.

Che sia stata la paura di annoiare lo spettatore, decidendo di non andare oltre i 120 minuti? Forse un po' più di coraggio non avrebbe guastato...

Il paragone con il maestoso “C'era Una Volta in America” di Sergio Leone sorge spontaneo, paragone che fa ben sperare per la distribuzione internazionale, favorita anche dal fatto che la lingua originale del film sia l'inglese, elemento che se non ne garantisce un successo, quanto meno lo rende auspicabile. Salvatores e Cattleya, la casa di produzione, si sono fatti portatori di una speranza: riaffermare il cinema italiano sia sul piano qualitativo sia sul piano commerciale internazionale.

Il gioco vale senza dubbio la candela.

Pubblicato il 12/3/2013 alle 14.23 nella rubrica Il Grande Cinema.

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