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LA POLTRONA DEL SONNO MANCATO - di Sonny Delvecchio

Rientravo a casa dopo la solita estenuante giornata di lavoro, capace di assorbire l'energia di una centrale nucleare quando il capo ti straccia i maroni per l'intero arco della giornata.
Riuscii a stento ad inserire la chiave nella toppa, dopo alcuni maldestri tentativi accompagnati da legittime imprecazioni. Entrato in casa, cercai subito di capire quali fossero le priorità prima di piazzarmi comodamente sulla mia poltrona. Numero uno, “svestizione” della larva umana, ossia me medesimo; numero due, rinfrescata orale, tanto per non abbioccarmi con in bocca quel sapore posticcio e sgradevole, imputabile ad una quantità eccessivamente industriale di nicotina e caffé; numero tre, spegnere il pc, rimasto acceso tutto il giorno per scaricare gli aggiornamenti del software. Per i primi due punti fu anche fin troppo facile. Il problema fu passare al terzo punto, mentre a pochi metri di distanza il richiamo della poltrona si faceva sempre più forte. Fu talmente conturbante quel richiamo d'amore che scartai lo spegnimento, dirigendomi con un sorriso da camicia di forza verso quella splendida poltrona. Bastava guardarla per percepire quella sua calda morbidezza, che stava lì ad attendermi.
Presi una coperta e mi dedicai alla fase preliminare di appisolamento: mi sedetti, cercai di coprire le parti che notoriamente pativano maggiormente il freddo e con continui spostamenti del bacino, scavai una nicchia nell'imbottitura. Trovai presto la posizione ideale e stavo per salutare la realtà, quando il cellulare stridette, avvisandomi che mi era stato inviato qualcosa via what's app. Da principio lasciai perdere, ma visto che il mittente continuava a inviare messaggi, mi alzai per prendere il telefono. Era un collega di lavoro, Marco, che mi scriveva chiedendomi un cambio di turno per quel giovedì.
- Sparati, cazzone. Il turno di giovedì te lo fai tu... – pensai. E spensi il cellulare, senza rispondere ovviamente.
Ritornai dalla mia adorata. Questa volta i preliminari furono molto meno cerimoniosi: mi accontentai di sistemare più o meno comodamente le chiappe e chiusi gli occhi.
Nemmeno il tempo di dire “supercalifragilispichespiralidoso” che il telefono di casa suonò. Suoneria a tutto volume. Stranamente l'ignoto mittente si dimostrò caparbio e alquanto insolente, perché il telefono squillò a lungo. Poi tutto tacque. Imprecai tra me e me, come se stessi recitando una serie di giaculatorie e cambiai posizione, convinto che nessuno avrebbe attento nuovamente alla mia pace. Il telefono riprese a squillare. Mi issai a fatica e mi diressi verso il ricevitore.
SCONOSCIUTO, mostrava il display.
- Hai capito lo stronzo – pensai – non ha neppure il buon gusto di farsi riconoscere... -
Risposi comunque.
- Pronto?
Qualche secondo di silenzio, quel silenzio che incrementa la percentuale già elevata d'irritazione. Una sensazione inspiegabile di cui soffrono i nevrotici e gli schizofrenici. Mi domandai a quale delle due categorie potessi appartenere. Tutto questo mentre dall'altra parte del ricevitore si percepiva un gran tramestio, come se la chiamata provenisse da un cantiere in piena attività.
- Pronto! - incalzai nuovamente con una vena indispettita, accentata da un tangibile senso di antipatia aprioristica.
- Signor Valesi?... - disse una voce anonima che pareva quasi registrata, per la sua impersonale metallosità.
- Sì, sono io. Dica...
- Buona sera... La chiamo in merito al suo cambio tariffario che ha richiesto il mese scorso...
Cambio tariffario... Cambio tariffario... In quel breve frangente cercai di ricordare quando e se avessi mai chiesto un cambio tariffario. E su cosa poi! Cellulare? Telefono fisso? Internet? Luce? Gas? Imbalsamazione preventiva? Dov'era il fottuto complemento di specificazione in quella frase pronunciata da quel robot! L'incognita era troppo difficile da reperire negli scaffali della mia memoria, perciò optai per la seconda opzione: porre la domanda più banale che si potesse fare.
- Di quale cambio tariffario si tratta?
- Lei non aveva richiesto di passare dalla tariffa PayForMe alla Start&stop?
Preso dal panico, non per il piano tariffario, ma per quelle parole anglosassoni, che celavano certamente un subdolo tranello, mi limitai a rispondere
- Non so di cosa stia parlando.
- Non aveva fatto richiesta di un cambio tariffario?
- No... Credo che ci sia stato un errore... Anzi, ora che ci penso, credo di non essere neppure il signor Valesi...
- Ma...
- Arrivederci
Troncai la conversazione, pigiando con forza sul tasto rosso, come se così facendo potessi crearmi una barriera protettiva per eventuale nuovo attacco di quell'ignoto interlocutore, probabilmente stipato insieme a chissà quante altre persone in uno stanzone di un call center in Bangladesh.
- Ma è mai possibile che quando decido di farmi una cazzo di pennica, mi debbano sempre rompere le palle! - pensai, mentre mi riaccoccolavo, per la seconda volta, sulla poltrona che logicamente aveva smarrito il calore che le avevo trasmesso.
Stavo per chiudere gli occhi quando il telefono squillò nuovamente. Quella dannata suoneria riaccese la miccia della mia collera, che a fatica avevo smorzato, nell'ennesimo tentativo di assopimento. Mi alzai di scatto, come se la stanchezza della giornata fosse scomparsa nel giro di un nanosecondo.
- Pronto? - risposi con un tono tra lo scocciato e l'incazzato.
- Buonasera. È la signora Piccioli? - domandò freneticamente una voce maschile di palese origine meridionale.
- Potrei farle la stessa domanda, caro coglione...
Non ascoltai nemmeno le imprecazioni che stava iniziando a snocciolare.
Il mio pollice destro, con una sconvolgente velocità, aveva anticipato perfino il mio cervello, premendo su tasto rosso, troncando poco sportivamente una conversazione che in un'altra dimensione avrebbe potuto avere un seguito esilarante.
In un attimo mi ritrovai come telecomandato da una cocente incazzatura. Ero in ebollizione, ma una forza divina, o demoniaca, si stava muovendo per me: mi recai a grandi passi verso il modem a cui erano collegati il telefono, il pc e la stampante. Non spensi il modem, come avrebbe fatto qualsiasi persona sana di mente: sradicai tutte gli spinotti che riuscii a trovare dalle prese della corrente. Poi puntai l'occhio verso l'interruttore generale. In un attimo ero di fronte ad esso e, con una veemente celerità, abbassai tutte le levette. Spensi tutto. Chiusi anche il gas. Mi isolai. Nessuno avrebbe potuto chiamarmi, whatsapparmi, chattarmi... Perfino Dio avrebbe trovato la segreteria telefonica – e se avesse citofonato, non avrei potuto sentirlo perché avevo tolto anche la corrente.
Ero riuscito a spegnere il mondo.
Guardai la sagoma della mia adorata, inghiottita da una splendida penombra. Finalmente eravamo soli, io e quella seducente poltrona. Soli...
Mi sedetti. Feci tutti quanti i miei rituali pre penicca, assaporandone ogni singolo movimento. E finalmente trovai la posizione perfetta. Mancava solo un ultimo passo: chiudere gli occhi.
- Fottetevi tutti - sussurrai a un interlocutore invisibile, pregustando le sorprese che mi avrebbe riservato il mondo onirico, magari sulle spiagge di Rio de Janeiro.
- Fottetevi tutti – ripetei, sbadigliando e sorridendo. E mi addormentai...

Pubblicato il 31/10/2012 alle 1.39 nella rubrica Scrittori senza gloria.

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