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DIAZ - DON'T CLEAN UP THIS BLOOD - di Sonny Delvecchio



È finalmente uscito nelle sale cinematografiche il film “Diaz – Don't Clean Up This Blood”, relativo ai fatti avvenuti nella scuola Diaz in occasione del G8 di Genova nel luglio 2001.

Il regista e sceneggiatore Daniele Vicari, già meritevole di elogi da parte di pubblico e critica per il film “Il passato è una terra straniera” (2008), si ripropone a quattro anni di distanza con una pellicola incandescente che, già solo per l'audacia e il senso civico di trattare quei i tragici fatti di undici anni fa, merita cinque stellette.

Il film si snoda attorno ad un oggetto comune, uno dei classici oggetti della protesta di piazza: una bottiglia di vetro, che vola nell'aria salmastra di Genova, infrangendosi e ricomponendosi. All'interno di questa bottiglia pare quasi che il regista inserisca un messaggio il cui testo potrebbe essere: questa è una storia da ricomporre con cautela, mettetevi comodi, incazzatevi se volete, ma prestate attenzione ai fatti.

Lo spettatore, quindi, segue il regista nella raccolta di quei cocci, ognuno dei quali rappresenta una delle tante storie di quel fiammeggiante luglio. Cocci. O pezzi di puzzle, disseminati e dispersi tra vari tentativi di insabbiamento politico, che se riordinati danno un quadro chiaro e completo di ciò che accadde in quella maledetta notte di luglio, in cui la polizia fece irruzione nella scuola Diaz, adibita a dormitorio in occasione del G8, col pretesto di scovare una cellula dei black block, già dileguatasi con buon margine d'anticipo. Chi pagò il conto di quell'irruzione? I poveri manifestanti, ragazzi e ragazze che provarono sulla loro pelle il dolore indescrivibile della violenza gratuita per mano di 300 agenti, muniti di quello speciale con un rinforzo metallico interno, adottato proprio in occasione del G8, che scatenarono la loro frustrazione e il loro odio contro quei poveri cristi, il cui i cui crimini erano l'aver animato la protesta e l'essersi trovati lì al momento dell'irruzione.

La storia racconta le vicende intrecciate di un comandante di polizia, di un gruppetto di black block, di un giornalista della Gazzetta di Bologna, di un anziano tesserato della Cgil, di un organizzatore del Social Forum e di un'attivista straniera tradotta poi nel famigerato Bolzaneto, luogo di prevaricazioni, soprusi, violenza fisica e psicologica e tortura per le quali furono condanni soli 15 agenti su 44. Il tutto a scapito di persone innocenti, ferite, spaventate a morte e indifese, vittime sacrificali dello scontro mai realmente concretizzatosi tra forze dell'ordine e black block, per però riuscirono ugualmente a mettere a ferro e fuoco la città di Genova, facendo passare in secondo piano l'inettitudine di chi non seppe tenere la situazione sotto controllo, sfuggita di mano già con l'uccisione di Carlo Giuliani.

Diaz tenta di aprire gli occhi a chi tuttora fa finta di non vedere, o di non capire, a coloro che condannano aprioristicamente i manifestanti, a coloro che si affrettarono a inviare messaggi di elogio e solidarietà ai responsabili di quella macelleria messicana.

Diaz è fatto per non dimenticare una delle macchie indelebili nella coscienza del nostro paese, ponendo implicitamente anche un quesito, destinato a restare senza risposta: perché accadde tutto questo? Le domande resteranno cristallizzate, proprio come quel sangue sui muri della scuola Diaz.


Pubblicato il 16/4/2012 alle 9.9 nella rubrica Il Grande Cinema.

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