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QUELLA VENA DI FASCISMO - di Lucia Delgrosso



Ci sono cose che quando le vedi ti sono famigliari, ma non le sai definire con precisione. Alcune sarebbe bene riconoscerle al primo colpo d'occhio tanto sono pericolose. Una di queste è il fascismo. In Italia lo smascheriamo sempre troppo tardi, nel frattempo hanno abboccato in tanti. Tanti che si definiscono di sinistra. Perché il fascismo ha tante facce, una più truce dell'altra, ma qualcuna strizza l'occhio, ammicca, ti si finge amica. Alza il vessillo della giustizia sociale. Il fascismo è come il tempo per Sant'Agostino: lo so cos'è, ma se qualcuno me lo chiede non so rispondere. Ha tante sfaccettature, ma non tutte sono presenti necessariamente in un movimento. C'è un carattere che però ricorre spesso ed è quello che inganna chi si richiama a sinistra: l'azione. I muscoli. La rabbia. Contro i poteri forti, il capitale, le classi dominanti, i padroni, chiamateli come vi pare, non c'è altro da fare: rivolta di popolo. Ma anche il fascismo: contro il complotto demo-giudo ecc. ecc., la classe politica arroccata nei privilegi, lo straniero, il nemico, uno o più di uno non importa, basta che sia un bersaglio evocabile: rivolta con i forconi. Lì sta il punto di incontro: nell'azione. Nel fare invece di pensare. Nel mettere di traverso un tir invece di elaborare una proposta. Nel togliere la parola ad Ichino invece di controbattere. Sta tutta qui la vena di fascismo che percorre travolgente come un fiume la marcia su Roma, potente come un torrente il movimento dei forconi e insidiosa come un rigagnolo l'aggressione ad un senatore che non la pensa come noi. Ma le acque si mischiano e le vene si collegano e ramificano, giorno dopo giorno finiscono per avviluppare tutto il Paese. E se prende piede la mitologia dell'azione poi si finisce per correre dietro a tutto quello che si muove, non importa la direzione: giusto o sbagliato il movimento è giustificato, basta un po' di popolo a conferirgli il sacro crisma, chissenefrega se il popolo si muove dietro a capibastone o facinorosi di estrema destra. Marceranno insieme cellule rivoluzionarie e manipoli di squadristi tutti accecati dal fulgore epico dell'azione e si salderanno le antiche cesure tra destra e sinistra.  Perché quello che costituisce lo spartiacque tra destra e sinistra di un movimento non è solo il referente socio-economico, il blocco sociale che lo sostiene: è anche la visione del mondo, l'ideologia. Ossia il pensiero. Togli il pensiero e le differenze tra destra e sinistra sfumano. Rimane al massimo solo un richiamo ai simboli: Che Guevara sulla maglietta di uno studente e una svastica tatuata sul braccio di un autotrasportatore, ma entrambi a mettere in ginocchio la Sicilia. E poco importa se se gli aggressori di Ichino erano tutti dello stesso colore. Né che sia sacrosanta la critica nei suoi confronti. Importa che si sia mortificata la dialettica, il confronto. Che è il terreno su cui si marcano le differenze tra destra e sinistra. L'agone dove si svolge il conflitto di classe. Distruggi quel campo e distruggerai anche la sinistra: confluirà nella fiumana nera delle sommosse reazionarie.

Pubblicato il 22/1/2012 alle 18.42 nella rubrica Lettere dall'Italia.

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