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QUANDO LO SCETTICISMO SI TRADUCE IN UN SEMPLICE GESTO.
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Lettere dall'Italia
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4 giugno 2013

THANK YOU, BOSS - di Sonny Delvecchio


Stadio Meazza stracolmo di gente. Il pubblico delle grandi occasioni, riservato solo a eventi dalla portata del Derby. Spalti in trepidante attesa, smaniosi di veder salire sul palco  l'unico vero re del Rock, in attesa che Elvis torni con la sua astronave e reclami quel trono.

"Bruce! Bruce!Bruce!!!". Il ruggente richiamo della folla sempre più incalzante.Lo stadio  rimbombava, sommerso dal fragore di quell'invocazione al cielo. E poi ecco entrare alla spicciolata la E Street Band. E infine il re... Dio... Ecco Bruce!

Dopo un saluto nel suo italiano da Stanlio e Ollio, il Boss spalanca le porte al suo show, esordendo con Land of Hope and Dreams. La luce soffusa del tramonto illumina ogni sua nota, caricando ulteriormente di pathos una delle perle del Boss.

Nemmeno il tempo di essersi accorti di ciò che accadeva e Bruce tira fuor spettacolarità come My Love Will Not Let you Down,l'immortale Out In the Street ela poderosa  American Land. Bruce salta,corre, canta, raccoglie le richieste del pubblico. Un riscalmento progressivo che passa per Loose Ends e Wrecking Ball, culminando nella maestosaDeath to my Hometown. A sorpresa uncartello giunge tra le mani del Boss: AtlanticCity, che anticipa di qualche minuto il tripudio per uno dei pezzi migliori della storia della Musica: The River.Bruce porta il suo pubblico nelle profondità di questa canone, la storia d'amore, di sogni irrealizzati e di disillusione e di dolci ricordi che più di ogni altra scalda le lacrime dellla stragrande maggioranza dei fan del Boss. Ma si tratta pur sempre di una festa e, dopo aver commosso il Meazza (che Bruce continua a chiamare San Siro), ecco il regalo inaspettato: per celebrare la sua quinta esibizione alla Scala del Calcio, Bruce esegue tutto l'album Born In The USA, forse l'album più completo e perfetto di tutti i tempi. Chi era a San Siro il 3 Giugno 2013porterà dentro di sè il ricordo indelebile di I'm On Fire, del silenzio concupiscente di ogni spettatore,trasportato in un mondo palpitante di emozioni. Accendendosi...

Dancing in The Dark riserva la solita baraonda che smuove San Siro dalle fondamenta, mentre Bruce fa salire sul palco un paio di ragazze, che si guadagnano l'ovazione del pubblico. Un intero album fatto tutto d'un fiato, come una birra ghiacciata quando all'ombra ci sono 40°. Il 22° Sigillo, col quale conclude l'esecuzione dell'album, è la delicatissima My Hometown, con la quale sia Bruce che il pubblico riprendono fiato, preparandosi per un finale infinito.

Shackled and Drawn, Waiting on a Sunny Day, durante la quale il Boss fa salire sul palco una bambina a cui lascia cantare un ritornello. San Siro ascolta e regala un'ovazione che quella bimba non scorderà mai. Si prosegue con The Rising, Badlands, Hungry Heart, We areAlive che portano San Siro e i presenti in un tunnel del rock, nel quale si vorrebbe restare per sempre, ancorati a quel momento, desiderando che non finisca mai. Sperando che il mondo finisca in quel preciso istante, per poter dire di aver vissuto pienamente e senza rimpianti. E mentre le emozioni si alternano, le mani plaudenti ormai arrossate e doloranti per i continui,doverosi e più che meritati applausi al Boss, ecco Born To Run, il capolavoro di Springsteen, la canzone che ha dato il La al suo successo, simbolo di lavoro e abnegazione, grazie a cui Springsteen ha iniziato la sua personale scalata al successo e quella scalata che lo avrebbe presto portato tra gli Dei della Musica.

E visto che Dio (scusate, volevo dire Bruce) non fa mancare proprio nulla ai suoi fedeli, ecco che giunge 10th Avenue Freeze-Out, seguita a ruota da un'esecuzione memorabile di Twist andShout.

In quel momento pensi di aver toccato il cielo e che nulla di più possa fartici avvicinare così tanto. Errore madornale... Il pubblico esplode in un'ovazione quasi primitiva appena capisceche Bruce sta suonando Shout di Otis Redding. Il Boss scherza con i suoi fan come nessun'altro è in grado di fare. È Costantemente tra loro, si lascia toccare, stringe innumerevoli mani. Bruce haquasi un rapporto carnale col suo pubblico, un rapporto che va al di là dell'umana comprensione. È come se fosse a suonare in un pub, tra volti conosciuti, in cui l'importante è divertirsi e stare insieme. E se c'è della buona musica tanto meglio...

Terminata Shout, la E Street Band saluta San Siro e lascia il palco, ma Bruce sente che a questa serata memorabile manca ancora qualcosa.

"One more" si legge dal labiale. Imbraccia la chitarra e si piazza al centro del palco. Solo...Guarda San Siro negli occhi e, in segno di riconoscenza, serve al pubblico forse il momento più meraviglioso della serata: Thunder Road in acustica.

È il delirio.

Una volta terminata, Bruce saluta tutti, col cuore in mano, salutando uno dei luoghi che più ha amato,luogo che ricambia il suo amore con gli interessi.

Appena uscito di scena, resta un vuoto incolmabile nell'animo, ma non solo: la musica di Springsteen lascia una gioia e una carica preziosa, che ti cambia la visione del mondo. É come se Bruce ti dicesse: "Non sei solo. Io sono con te, pronto peraffrontare qualunque  magagna. Io ti sarò sempre accanto". Bruce, grazie di averci fatto battere il cuore all'impazzata, facendocelo rimbalzare in gola,accarezzandolo e coccolandolo come solo tu sai fare. Per l'ennesima volta hai conquistato San Siro, che è e sarà sempre la tua casa.

See you, Boss! Thank you for good times... before the good times fly away!




permalink | inviato da Sonny De il 4/6/2013 alle 15:19 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa

6 febbraio 2012

RIMPALLI E PALLE DI... NEVE - di Massimo Donadi



Puntuale, come un orologio, va in scena il gioco del rimpiattino. Cosa fa la politica, rappresentata da un ministro o da un primo cittadino, quando ha palesemente mal governato un'emergenza con grave disagio per i cittadini? Di regola, dovrebbe assumersi le responsabilità, chiedere scusa e magari, ma questo appartiene al periodo ipotetico dell'irrealtà in Italia, dovrebbe dimettersi. Da noi, dicevamo, no. Si suona una musica diversa, sempre la stessa. Sparge colpe a destra e a manca, invoca improbabili commissioni di inchiesta e formula mirabolanti soluzioniArriva, persino, a rimpiangere la Protezione civile guidata da Bertolaso

Partiamo dai fatti, inoppugnabili. A Roma, per pochi centimetri di neve, è andata in scena la baraonda totale. Si dirà, ma a Roma la neve è un'eccezione. Giusto. Però c'è un ma, grande come una casa. La neve a Roma è stata un'eccezione ampiamente annunciata. Dunque, si poteva porre in parte rimedio, per tempo, ed evitare disagi ai cittadini, soprattutto quelli più deboli ed esposti alle conseguenze di una nevicata seppur eccezionale. Mi riferisco ai pendolari, a chi usa i mezzi pubblici per andare al lavoro e a chi, invece, fa uso dei propri mezzi, agli anziani rimasti bloccati senza aiuto.

"Sindaco, ha bisogno d'aiuto?". Gabrielli, capo della Protezione civile"No, grazie, facciamo da soli". Cosa avesse in mente il sindaco di Roma quando ha pronunciato queste parole difficile saperlo. Dirà, poi, che la colpa è stata di Gabrielli. "Mi avevano comunicato un basso grado di emergenza". E quindi che si fa? Si rimane a guardare. Non si ordina di spargere di sale le strade, non si ordina di provvedere a munire gli autobus della capitale di catene, di precettare taxi muniti di catene. Si ordina di chiudere le scuole, quello sì, anzi, no: didattica sospesa, istituti scolastici aperti. Panico e confusione tra i genitori.

Le conseguenze di questo assurdo rimpiattino sono note ai più, soprattutto a quelli che l'hanno vissute in prima persona: automobilisti rimasti letteralmente imprigionati sulle principali arterie della capitale, 75 per cento degli autobus senza catene e quindi fuori uso, metro inutilizzabile per via del ghiaccio formatosi sulle rampe di accesso.

Invece di spargere sale, insomma, si spargono responsabilità. Al governo, che ha lasciato soli i comuni. Alla Protezione civile, passacarte. Alla regione e alla provincia, che non hanno responsabilità, ma buttiamoli nel mucchio. Poi si prende la pala, ci si mette a spalare neve con l'elmetto - sale rigorosamente da cucina che si sa serve a salare le pietanze non a scongelare le strade - a favore di telecamere e teleobiettivo, e si comincia il tour televisivo. Si chiede scusa? No, tutte le istituzionil locali e nazionali, dovrebbero farlo insieme. Ma quelle nazionali di più. Amen. Parola di sindaco.



28 gennaio 2012

LA GIORNATA DELLA MEMORIA - di Lucia Delgrosso




C'è una ragione per cui siamo dotati di memoria. Già i presocratici ce l'avevano spiegato: perché l'Essere è eterno e immutabile e scorre sempre uguale sotto il Divenire. E sotto il velo del Divenire mostra sempre la stessa faccia: la memoria serve a riconoscerla. E nei suoi tratti c'è la congenita escrescenza del Male che gli deturpa i connotati e che da sempre gli uomini hanno fatto e subìto. Gli antichi non sapevano dove fosse acquattato, sapevano solo che ce n'era per tutti e il caso lo dispensava senza riguardo a colpe e meriti. Giobbe era giusto, ma perse tutti i figli e finì solo, povero e coperto di pustole solo per una scommessa tra Dio e il Diavolo. E quando ne chiese conto a Dio gli fu risposto: "C'eri tu quando ho creato il Cielo e la Terra? Perciò non parlare di Giustizia a me: così è e tu non puoi sapere". Perciò il Bene e il Male non erano cose che gli uomini decidevano per loro conto, erano parola di Dio o idee fisse nell'Iperuranio: tutto quello che potevano fare gli uomini era governare gli Stati tenendo la barra fissa su quell'idea di Bene uscita dalla mente di un dio e realizzare la Giustizia.  E tenere fuori il Male dalle cose di governo. Perciò mai avrebbero teorizzato che "Il fine giustifica i mezzi": il Bene si compie per mezzo del Bene,  il Male lo scagliano gli dei con i fulmini. Poi la modernità travolse questo schema di pensiero, l'uomo spostò il destino dal Cielo alla Terra e si ribellò  all'ineluttabilità del Male. Inaugurò un'era sgombra da dogmi e autorità celesti: il destino ce lo facciamo noi su questa Terra. Compreso il Male, che non vola sulla coda di un fulmine, ma è conseguenza dei nostri atti: la libertà comporta responsabilità. Ma non lo si può eliminare del tutto, è una delle facce dell'uomo, fa parte dell'Essere. Lo si può ingabbiare però, ora che non è più un'entità metafisica che piove sulla testa degli uomini: questo è il compito degli Stati. Lo si può strappare dalle mani dei singoli uomini per impedire loro di farsi del male reciprocamente e racchiuderlo nello scettro del Potere, l'unico autorizzato ad esercitare la violenza per realizzare il Bene. Il Leviatano di Hobbes: lo Stato che usa eserciti, sbirri, carceri e tutto l'armamentario del Male per realizzare il Bene. Ha funzionato questo modello? Nella prassi a volte bene e a volte male, come tutte le cose degli uomini, più volte male che bene. E poi non era il Leviatano di tutti, ma delle classi dominanti: venisse dal Cielo o dallo Stato, la violenza tanto cieca non è, va a cercare i deboli.  Ma concettualmente lo schema reggeva: la giungla è peggio e anche per il più derelitto degli uomini ci poteva essere un giudice a Berlino che reprimesse con la violenza delle leggi . E poi la catastrofe: il Leviatano impazzì. Oggi ricordiamo i giorni in cui si scatenò la sua furia. Il Male che gli uomini accettavano come mezzo affinché fosse realizzato il loro Bene divenne fine a sè stesso e fu allora che fini l'era della modernità che a partire dai decenni a cavallo tra il '500 e il '600 regalò agli uomini il sogno di cavalcare il Leviatano. Allora si capì che poteva tornare ad essere la bestia feroce che usa la tecnica e la macchina burocratica oliata di uno Stato efficiente e ben organizzato per far funzionare al meglio i forni crematori. E oggi nel giorno della memoria ritorniamo a quella barbarie scatenata non dall'essenza di Stato, ma dallo Stato stesso. Un Leviatano che credevamo di avere di nuovo imbrigliato e addomesticato da Costituzioni democratiche e leggi giuste, ma che sta di nuovo impazzendo perché ha perso i suoi confini nel mare della globalizzazione e le sue leggi hanno le armi spuntate da un'ansia competitiva che mette individui contro individui, razze contro razze, corporazione contro corporazione e territori contro territori in conflitto permanente. E lui è troppo piccolo per governare tutto questo, i pezzi che governa da una parte risentono di spinte sovranazionali, dall'altra regrediscono a livello locale o corporativo. E' così che impazziscono i Leviatani: quando un conflitto non viene composto e la parte che vince si serve dello Stato per fare piazza pulita. E chi pensa che i forni crematori siano una paranoia andasse a dare un'occhiata alle mille pulizie etniche o religiose in giro per il mondo. E se è vero che la memoria non serve solo ad onorare le vittime, ma anche a riconoscere i pericoli che affliggono sempre uguali l'umanità, riflettesse sulla violenza e prepotenza che stanno percorrendo il nostro Paese in questi giorni. Dove "parti" si arrogano il diritto di far valere le loro ragioni in contrasto con l'interesse comune dello stato. Il primo passo verso la barbarie. Vale per l'Italia, come per la Grecia, come per la Germania. Nessuna ce la può fare da sola a guidare bene il Leviatano, ma ce la possono fare unite. In una grande Europa democratica in grado di governare processi sovranazionali e impedire le derive di parte. Un Leviatano buono capace di dispiegare la giustizia del bene comune contro l'egoismo di gruppo.



22 gennaio 2012

QUELLA VENA DI FASCISMO - di Lucia Delgrosso



Ci sono cose che quando le vedi ti sono famigliari, ma non le sai definire con precisione. Alcune sarebbe bene riconoscerle al primo colpo d'occhio tanto sono pericolose. Una di queste è il fascismo. In Italia lo smascheriamo sempre troppo tardi, nel frattempo hanno abboccato in tanti. Tanti che si definiscono di sinistra. Perché il fascismo ha tante facce, una più truce dell'altra, ma qualcuna strizza l'occhio, ammicca, ti si finge amica. Alza il vessillo della giustizia sociale. Il fascismo è come il tempo per Sant'Agostino: lo so cos'è, ma se qualcuno me lo chiede non so rispondere. Ha tante sfaccettature, ma non tutte sono presenti necessariamente in un movimento. C'è un carattere che però ricorre spesso ed è quello che inganna chi si richiama a sinistra: l'azione. I muscoli. La rabbia. Contro i poteri forti, il capitale, le classi dominanti, i padroni, chiamateli come vi pare, non c'è altro da fare: rivolta di popolo. Ma anche il fascismo: contro il complotto demo-giudo ecc. ecc., la classe politica arroccata nei privilegi, lo straniero, il nemico, uno o più di uno non importa, basta che sia un bersaglio evocabile: rivolta con i forconi. Lì sta il punto di incontro: nell'azione. Nel fare invece di pensare. Nel mettere di traverso un tir invece di elaborare una proposta. Nel togliere la parola ad Ichino invece di controbattere. Sta tutta qui la vena di fascismo che percorre travolgente come un fiume la marcia su Roma, potente come un torrente il movimento dei forconi e insidiosa come un rigagnolo l'aggressione ad un senatore che non la pensa come noi. Ma le acque si mischiano e le vene si collegano e ramificano, giorno dopo giorno finiscono per avviluppare tutto il Paese. E se prende piede la mitologia dell'azione poi si finisce per correre dietro a tutto quello che si muove, non importa la direzione: giusto o sbagliato il movimento è giustificato, basta un po' di popolo a conferirgli il sacro crisma, chissenefrega se il popolo si muove dietro a capibastone o facinorosi di estrema destra. Marceranno insieme cellule rivoluzionarie e manipoli di squadristi tutti accecati dal fulgore epico dell'azione e si salderanno le antiche cesure tra destra e sinistra.  Perché quello che costituisce lo spartiacque tra destra e sinistra di un movimento non è solo il referente socio-economico, il blocco sociale che lo sostiene: è anche la visione del mondo, l'ideologia. Ossia il pensiero. Togli il pensiero e le differenze tra destra e sinistra sfumano. Rimane al massimo solo un richiamo ai simboli: Che Guevara sulla maglietta di uno studente e una svastica tatuata sul braccio di un autotrasportatore, ma entrambi a mettere in ginocchio la Sicilia. E poco importa se se gli aggressori di Ichino erano tutti dello stesso colore. Né che sia sacrosanta la critica nei suoi confronti. Importa che si sia mortificata la dialettica, il confronto. Che è il terreno su cui si marcano le differenze tra destra e sinistra. L'agone dove si svolge il conflitto di classe. Distruggi quel campo e distruggerai anche la sinistra: confluirà nella fiumana nera delle sommosse reazionarie.

9 gennaio 2012

GRILLO? INDIETRO DI DUE SECOLI - di Lucia Delgrosso



Grillo non ha tutti i torti quando si definisce "né di destra né di sinistra". Ci si potrebbe richiamare al principio che chi si definisce così in realtà porta acqua al mulino delle destre, il che è senz'altro vero, ma non è tanto interessante collocare Grillo in una delle due metà del Parlamento, quanto sul calendario. Infatti:

1) Grillo sostiene che il suo movimento non è di destra, non è di sinistra, ma è sopra. Però "sopra" non è un luogo della politica: lo è della metafisica semmai, ma non della dialettica delle forze sociali che si contendono il primato dei propri interessi. Perciò è lui stesso che ci invita a scovarlo in qualche dimensione extrapolitica. Quella che viene subito in mente è la dimensione dello spettacolo (comico, nella fattispecie), ma mlopezi rifiuto di scadere nella banalità: il fenomeno Grillo non è integralmente riconducibile al dilettantismo dei comici che cambiano mestiere;

2) Grillo sostiene anche che la trasformazione del mondo occidentale è ascrivibile alla Rete. E' una bella conversione per uno che fino a poco tempo fa invitava a sfasciare i computer. E come tutti i fulminati sulla via di Damasco si fa mordere dalla tarantola e individua fanaticamente nella Rete la salvezza della democrazia. Anche in questo caso non si confronta con alcuna categoria politica: si affida alla tecnologia, che può essere uno strumento utile alla democrazia, ma non può costituirne il contenuto;

3) l'alternativa proposta da Grillo è che il cittadino diventi lo Stato entrando direttamente nelle Istituzioni senza bisogno di essere rappresentato. E soprattutto senza bisogno dei partiti. Ognuno vale uno.

E' qui che scatta indietro il calendario. Di almeno due secoli. Anche per gli intellettuali del nascente Stato borghese ognuno valeva uno. Si chiamavano cittadini queste monadi solitarie, questi atomi irrelati convinti di esercitare un effettivo potere una volta che si erano liberati dell'oppressione dell'ordine feudale. Erano grillini solo un po' più ragionevoli in quanto si rendevano conto che l'esercizio del governo richiede qualche competenza, per cui non vomitavano affatto all'idea di farsi rappresentare da personalità dotate di un qualche sapere politico, ma è un dettaglio: l'idea di fondo è l'enfasi posta sull'individuo che non ha bisogno di cercare la solidarietà di altri individui portatori dei suoi stessi interessi e che condividono la sua stessa visione del mondo: i compagni o amici di partito. Ognuno da solo dietro un computer a dire la sua, esattamente come il borghese a cavallo tra il Settecento e l'Ottocento che si sentiva uno statista quando affascinava con il suo acume politico le signore nei salotti. Non erano meno massa solo perché esprimevano le loro libere opinioni quando aprivano il giornale. Rimasero massa senza potere fino a quando furono inventati i partiti che ruppero il guscio in cui erano racchiusi gli individui e li organizzarono per la difesa dei loro interessi. I partiti furono i veri strumenti costitutivi della democrazia, che non si esaurisce nella facoltà di ognuno di formulare proposte o al massimo fare un clic sulla tastiera per esprimere le proprie preferenze: la democrazia è scontro tra diverse visioni del mondo, non è quella roba chiassosa e nello stesso tempo impotente da schermo di computer dove le chiacchiere confluiscono in un magma che affoga nel caos gli interessi di classe e smorza il conflitto. I lavoratori singolarmente non avrebbero ottenuto lo Statuto dei Lavoratori consumandosi le dita a cliccare, lo hanno conquistato perché un partito ha sostenuto le loro lotte e se ne è fatto interprete in Parlamento scontrandosi con le forze politiche portatrici di interessi divergenti. Bisognerebbe spiegaglielo, a Grillo, che non c'è conflitto, linfa della democrazia, senza partiti: c'è la bolgia della rete che è la sua negazione perché è irrisolutiva. Sarà pure vero che Grillo non è né di destra, né di sinistra, ma non è neppure sopra: è indietro nel tempo, quando non esistevano destra e sinistra. E non c'era neppure welfare da finanziare con le imposte. Perciò gli sfugge pure perché occorre stanare gli evasori.


27 dicembre 2011

NON HO NIENTE DA DIRE, MA LO DEVO DIRE - di Lucia Delgrosso



Lo diceva Marcello Marchesi e lui era uno che i suoi connazionali li conosceva bene: "Non ho niente da dire, ma lo devo dire". Siamo un popolo emotivo, non riusciamo a smorzare i giudizi. E allora in occasione della morte di una figura controversa come quella di Giorgio Bocca il popolo italiano si dilania. Era un partigiano. Onore al combattente della Resistenza. Ma era anche uno che ha scritto dei meridionali che sono gente "orrenda" e di Palermo che è una citta che "puzza di marcio, con gente mostruosa che esce dalle catapecchie". Una roba da Gentilini o Borghezio, né più, né meno. Mi aspettavo di leggere stamattina coccodrilli che sorvolavano imbarazzati su queste sue prese di posizione. Perciò sobri anche nelle lodi: stendiamo un velo pietoso sulle empietà, ma sempre empietà sono. E invece nossignore! Intellettuale con licenza di dire fesserie perché "vero". Non c'era niente da dire, se si voleva rispettare la sua memoria. Lasciamo perdere e pace all'anima sua. E invece bisognava dire per forza. Per cui quelle robe incommentabili per livore razzista sono diventate incommentabili perché "vere". Cioè espressione di libertà di giudizio. Cioè si può dire tutto, basta scrivere su uno dei giornali ascritti alla confusa area dell'opposizione. Che ha margini molto imprecisi, confini molto labili. Disse proprio quelle robe lì, Giorgio Bocca -strano, ma vero - robe che non hanno nulla a che fare con la sinistra. Eppure c'è una sinistra che in queste ore lo sta canonizzando. C'è una spiegazione, sia per lui, sia per quelli che ne tessono un acritico e retorico elogio funebre. Si chiama egemonia culturale. E' un humus di sentimenti, passioni, schemi dialettici e comune sentire che calpestano tutti, sia a destra, sia a sinistra. E' il terreno su cui si esercita il dibattito in un dato momento storico, l'ambiente culturale onnipervasivo, influenza tutte le menti, le voci discordi sono ignorate: giungono attutite da "fuori campo". L'egemonia culturale degli ultimi decenni la conosciamo bene e ne parliamo sempre, ma non sempre la sappiamo riconoscere: ci riempiamo la bocca di "berlusconismo", poi però quando si insinua nella nostra area non ce ne accorgiamo. Abbiamo elencato tutte le facce di questo fenomeno, però non sempre riusciamo a smascherarle. C'è quella della divisione e l'abbiamo sviscerata in tutti i suoi aspetti, salvo non riconoscerla nelle analisi di Bocca. Che ci è incappato alla grande nelle sue pennellate fosche con cui ha analizzato il Mezzogiorno. Tranciando giudizi offensivi sotto il profilo del merito. Confondendo cause per effetti, sotto il profilo del metodo. Forse a causa della sua formazione illuministica, che ribalta il rapporto tra struttura e sovrastruttura. Vizio dell'illuminismo: la colpa è delle menti della gente, non dei rapporti strutturali e sociali. Per cui bisogna cambiare le teste, poi tutto funziona. E invece è il contrario: se vuoi incidere nella realtà devi mettere mano alle condizioni strutturali, devi incidere nel cuore dei rapporti sociali. Se no ti riduci a fare il predicatore e a sognare una palingenesi delle coscienze che non si sa perché dovrebbe avvenire, se non per virtù dello Spirito Santo. Vizio dell'illuminismo: l'analisi che facilmente scivola nel giudizio moralistico. Bocca che invece di mettere sotto la lente di ingrandimento i processi profondi che agitano il Mezzogiorno punta il dito contro le sue genti brutte, sporche e cattive. Facile l'obiezione: pure i Milanesi fanno schifo perché la "Milano da bere" era un troiaio. Di questo passo ci riduciamo tutti a rinfacciarci i vizi reciprocamente, ma non facciamo un passo avanti per la soluzione dei problemi. Onore al partigiano, ma l'intellettuale era succube dell'egemonia culturale imperante. E parte della sinistra idem.


24 dicembre 2011

L'ART. 18 E LA DISTRAZIONE DI MASSA - di Lucia Delgrosso


Neanche nel mezzo della peggiore crisi del dopoguerra c'è gente in Italia che riesce a concentrarsi sui veri problemi. Come i bambini: ce li avete presenti bambini quando gli si dà la pappa? E' importante la pappa, fa crescere, ma loro pure quando hanno fame si distraggono dietro un suono, un colore, un movimento brusco e devi fare l'aeroplanino con il cucchiaio per riportarli all'unica cosa seria che gli si chiede di fare: mangiare. In Italia c'è gente come quei bambini lì e c'è gente che fa i rumori per distorglierla dal cuore del problema. L'abolizione dell'articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori è l'ultima distrazione che si sono inventati, un argomento tirato fuori per l'ennesima volta pur di sviare l'attenzione dalle priorità. E questa volta con una retorica spezzacuore, una di quelle robe che piace da matti nel Paese dell'opera lirica: i padri contro i figli. I padri ipergarantiti che non vogliono mollare il loro privilegio (?) di non essere licenziati se non per giusta causa o giustificato motivo per far posto ai figli, ai quali questa norma precluderebbe l'occupazione. Come dire: ci sono tanti posti disponibili, ma siccome non ci fate licenziare come ci pare e piace, noi non assumiamo i giovani per dispetto. Siamo passati dalla follia "la crisi non c'è" alla schizofrenia "la recessione c'è, ma non la disoccupazione: basta licenziare chi è occupato". Però si dice anche che questa libertà di licenziare ad libitum non sarebbe senza contropartite perché si estenderebbe a tutti il trattamento speciale di disoccupazione e praticamente introdurremmo un welfare di tipo scandinavo. Io mi permetto solo di ricordare a chi ha avuto questa meravigliosa idea che siamo appena passati sotto la scure di una manovra lacrime e sangue e passerà un bel po' di tempo prima di reperire le risorse per implementare una rete di sicurezza così ambiziosa per cui, come minimo, dovrebbe valere quella nota parodia degli scambi levantini "prima vedere denaro, poi dare cammello": parliamo di ammortizzatori, piuttosto. E' evidente quindi a tutti che è un tema sollevato surrettiziamente per introdurre un'ulteriore divisione in un Paese già lacerato da contrapposizioni drammatiche: Italiani contro immigrati, Nord contro Sud, dipendenti privati contro dipendenti pubblici, cittadini contro politici e tutti contro tutti, ma non basta ancora. Occorre instillare un'altra zuffa, la più subdola e meschina: i padri contro i figli. Come se fosse un successone per quei figli che non hanno altro orizzonte se non quello di passare dalla padella della disoccupazione alla brace dei contratti tre mesi per tre mesi ritrovarsi pure il padre licenziato a casa, come avviene comunque di questi tempi: i tavoli di crisi si sprecano, come pure i lavoratori sbattuti fuori. Ma tutto può servire per creare contrapposizioni false e non additare quell'unica contrapposizione vera, quella di sempre, che è causa della crisi in Italia, in Europa e nel Mondo: quella tra chi ha esageratamente troppo e chi ha troppo poco. E più la forbice tra i due gruppi si allarga, più si concentra la ricchezza in sempre meno mani e più si agitano fantasmi di divisioni sociali che non hanno ragione di esistere, per non incominciare a sciogliere i veri nodi che stanno conducendo nel baratro l'economia: l'iniqua distribuzione della ricchezza e la mortificazione del lavoro. E' sempre più snervante fare l'aeroplanino con il cucchiaio con tutte queste distrazioni di massa. Ma prima o poi questo Paese crescerà, si spera.


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