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QUANDO LO SCETTICISMO SI TRADUCE IN UN SEMPLICE GESTO.
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13 dicembre 2011

" La perfida Albione ?"

Il Regno Unito si trova a un bivio: scegliere se perseguire una politica “atlantista”, tutta rivolta oltreoceano, oppure rivolgere lo sguardo e il suo futuro al vecchio continente in un’ ottica più “ europeista “.

Quello che è accaduto a Bruxelles pochi giorni fa e che ha portato a un Trattato per certi versi “ mutilato“ reca in sé un retaggio di quasi 60 anni di profondi rapporti politici tra il Regno Unito e gli Stati Uniti d’America. La decisione di David Cameron non è, infatti, un avvenimento isolato o eccezionale. Il Regno Unito, pur trovandosi in Europa e pur avendo siglato numerosi accordi di vario tipo, è sempre stato il meno “ europeista ” tra gli stati europei. Quest’atteggiamento va ricercato nella più ovvia delle ragioni: la Gran Bretagna è un’isola e, volente o nolente, il mare svolge certamente un ruolo di “ collante ” ma è anche, e soprattutto, un concreto e tangibile strumento di confine. La vocazione isolazionista nei confronti del vecchio continente non è certo una novità per il Regno Unito che ha sempre preferito concentrarsi su se stesso e sui propri domini piuttosto che sulle vicende continentali. Tuttavia i Britannici non hanno mai amato l’affermarsi in Europa di un’unica grande potenza continentale tanto che, e la storia lo dimostra, i reggimenti di Sua Maestà scesero sempre in guerra a fianco degli stati più deboli contro qualunque potenza egemone che avesse mire espansionistiche in Europa. Un rapporto ambiguo  con i propri dirimpettai continentali, giocato su un delicato bilancino d’interessi e disinteressi,  che portava il Regno Unito a “ trascurare “ le vicende oltre Manica almeno fino a quando non era messa a rischio la propria stessa esistenza. Sostanzialmente Sua Maestà ha sempre temuto un continente forte, unificato e con mire espansionistiche. Tuttavia questa analisi è più storica che attuale. Se vogliamo ipotizzare le motivazioni del “ no “ di Cameron alla sigla del Trattato bisogna analizzare anche i rapporti politici della Gran Bretagna con gli Stati Uniti d’America. Il Regno Unito dopo la crisi di Suez fu chiamato a fare una scelta: o perseguire un’indipendente politica estera come i vicini francesi, sottesa al mantenimento del  proprio sistema di colonie, nel tentativo di ritagliarsi un ruolo importante nello scacchiere mondiale a dispetto del disegno di decolonizzazione avviato da Urss e Usa o, altrimenti, saltare sul carro del vincitore (gli Usa in questo caso) promettendo eterna fedeltà e con la possibilità di poter influenzare cautamente  il gigante americano al fine di rallentare  il più possibile il disgregamento del proprio impero coloniale. Nonostante le numerose affinità sociali, politiche e culturali che contribuirono sicuramente a solidificare il rapporto tra i due attori statali, il doppio filo che lega Stati Uniti e Gran Bretagna non sarebbe solo riscontrabile nella comune e stretta cooperazione tra servizi segreti, nella comune cultura, nella medesima lingua e nella simbiosi tra le due burocrazie. Il Regno Unito ha svolto il ruolo di agente disturbatore degli americani in Europa. L’ultimo summit a Bruxelles ne è stata la dimostrazione. L’atteggiamento ostentato sin dai primi passi della moderna Ue sono segni abbastanza eloquenti di un’ambigua Gran Bretagna che viaggia a due velocità: Albione che dà la scintilla e Albione che sul più bello fa spegnere la fiamma. Un colpo al cerchio e un colpo alla botte: una nazione civettuola dall’indiscussa abilità politica. Non è infatti difficile poter asserire che  il Regno Unito ha svolto un ruolo di potenza frenante durante i più importanti processi  di sviluppo dell’Unione: con il bene placito degli Stati Uniti ai quali, tutto sommato, non andava molto a genio un’eccessiva unificazione europea. Non sarebbe azzardato, infatti, ipotizzare che la scelta di mantenere la sterlina sia stata una decisione valutata in maniera più politica che non propriamente economica o finanziaria: al pari dell’unificazione il gigante americano non ha mai del tutto gradito la moneta unica europea e questo Londra lo sapeva molto bene quando prese questa decisione.
Ora che però gli USA stanno progressivamente disinvestendo nella difesa dell’Europa e le agenzie di rating, quasi tutte americane, minacciano tagli sull’affidabilità delle banche del vecchio continente mettendo in dubbio la tenuta dell’Euro, l’atteggiamento di David Cameron e di una parte dell’opinione pubblica britannica pare davvero anacronistica. Il Regno Unito deve capire che i tempi sono maturi per avviare un'inversione di tendenza riguardo la propria azione politica  nei confronti dell’Ue. In fondo Albione non è perfida: è soltanto una vecchia signora che considera il divorzio un atto non onorevole.
 
J. FORREST




permalink | inviato da J.Forrest il 13/12/2011 alle 18:41 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

4 ottobre 2011

CASO KNOX: COLPA DEGLI STATES? NO, COLPA NOSTRA

 

 

Epilogo scontato. Assoluzione piena con l’aereo dell’ ex imputato Knox che se ne torna a Seattle. Un processo e un delitto vissuto come uno show ed enfatizzato soprattutto dai media nostrani. Poteva finire diversamente? La risposta è sì. Ma chi ha le maggiori colpe? L’italiano per sua vocazione è amante delle trame complicate e non esita mai a voler rendere la situazione più confusa di quanto in realtà non sia. Dietro la completa assoluzione, secondo i molti luminari, c’è la mano della Clinton, con il Dipartimento di Stato americano che ha fatto pressioni affinchè la cittadina statunitense venisse scagionata. Certo, sappiamo come gli States ai loro contribuenti ci tengano molto, ma come possiamo non porci la domanda del come e del perché questa triste vicenda abbia avuto un così alto risalto oltreoceano?
Se l’indagine fosse stata condotta in modo accurato, preciso ed attento bollando la questione come un normale fatto di cronaca nera che vedeva coinvolti quattro ragazzi giovani di cui due, compresa la vittima, di nazionalità straniera l’impatto sui media e sui salotti buoni della tv italiana sarebbe stato minore e comunque poco dannoso ai fini dell’indagine. Invece il caso è stato gestito male dai mezzi di informazione sin da subito, grazie a quei programmi ( vd. Porta a Porta, Matrix, Quarto Grado,  lo “spettacolare” Studio Aperto etc … ) che quasi immediatamente, con il Vespino in testa, hanno cominciato a far trapelare indiscrezioni ed informazioni, senza logica e senza filtro, enfatizzando già dal principio il fatto  che il delitto fosse avvenuto durante la notte di Halloween, nel bel mezzo di un gioco erotico, a seguito di una serata vissuta tra alcool e qualche sostanza di troppo. Una volta creato il contesto ambientale, ogni pagliacciata all’italiana deve averne uno, ecco calare i particolari sui singoli protagonisti di quella notte. Gran parte dell’attenzione si concentra sull’ americana Knox, indicata come una macchina del sesso, ragazza diabolica, soggiocatrice di menti e schiavizzatrice di uomini grazie al sesso. Una femme fatale insomma; ma è quanto basta per attizzare e ravvivare il pruriginoso decadimento culturale dello Stivale che comincia a creare un perfetto network mediatico  attorno al “viso d’angelo” di Amanda che viene  ornato  di una serie di considerazioni tali da far etichettare al suo volto la patch di perversa. Apriti cielo! Si sa che noi italiani impazziamo per queste stronzate come “la porca innocenza” e giù quindi ancora con particolari di tipo sessuale che raggiunge la massima apoteosi con la pubblicazione dei suoi personali diari “ hot ” dove l’imputata racconta le sue avventure sessuali, vere o presunte che siano. Della vittima, Meredith, non si parla, o lo si fa ben poco. Meredith toglie audience mica è sessualmente appetibile come la Knox. Il circolo televisivo italiano ha continuato a potenziare sempre di più la diffusione del caso, dedicando intere prime serate al delitto giungendo quindi alle evidenti ( e prevedibili ) conseguenze: se fai baccano in casa per pochi minuti nessuno dice niente … se però continui imperterrito è molto probabile, se non certo, che qualcuno molto incazzato ti bussi alla porta. E così, dopo aver insistito sulla morbosa curiosità pruriginosa attorno al personaggio di Amanda, dato confermato anche dalle tonnellate di lettere che le giungevano in carcere da parte di ammiratori arrapati e insoddisfatti, vuoi che dall’altra parte dell’oceano Atalantico qualcuno non si desti? E così, a torto o a ragione, il governo americano, nella persona di Hillary Clinton, che aveva accolto una probabile richiesta di incontro sul caso da parte della senatrice Caldwell si affretta, durante la trasmissione “The Week” della ABC, ad esporre la sua posizione a seguito delle lamentele di ingerenza americana ( insomma le stesse che ogni giorno i difensori della sovranità nazionale italica dovrebbero muovere alla Chiesa) giunte dalle italiche terre: “Onestamente - ha detto - non ho avuto tempo di prendere in esame la questione, sono stata completamente immersa in ciò che stiamo facendo in Afghanistan e quindi non sono in grado di farmi alcuna opinione”. Giusto perché, secondo qualcuno, la Clinton aveva tempo da perdere dietro il caso Knox, mentre un soldato americano alla settimana saltava per aria o veniva freddato in qualche scontro costando, scusate il cinismo, qualche punto di gradimento verso il governo Obama che da lì a poco avrebbe dovuto affrontare sfide toste come la crisi e la riforma sanitaria . Interessamento poi, da parte del governo USA, che sarebbe anche legittimo dato che parliamo di un suo cittadino nonchè contribuente. A questo punto il caso diventa di portata mondiale; certi media americani, che di trash e gossip sono sicuramente gli insuperabili maestri, cominciano ad interessarsi al caso, iniziano infatti a nascere movimenti pro - Amanda e qualcuno comincia a far sorgeredubbi sul metodo d’indagine e sulla giustizia italiana ponendo inoltre l’accento sul fatto che non si può far passare una ragazza “acqua e sapone”, come la ricordano i suoi amici, per una sorta di ninfomane con tendenze perverse ed omicide macchiandone quindi l’immagine.
Ricapitolando: il danno principale l’hanno commesso i grandi media nostrani. Quelli televisivi mica i giornali. Quelli in Italia li leggono in pochi. La loro colpa è aver costantemente stimolato la morbosità dell’audience fino all’estrema conseguenza di attirare l’attenzione, non solo degli Sati Uniti, ma del mondo intero. A questo si è aggiunta una grave carenza nel sistema investigativo: l’indagine andava tenuta lontano dai riflettori, prendendo tempo, raccogliendo prove, stando attenti ad ogni minimo particolare. Indagare è una scienza e come tale non può e non deve lasciare niente al caso. Lavorare sotto pressione o, purtroppo, con gravi lacune nella preparazione del personale addetto alle indagini, basti pensare a disattenzioni nel ricercare indizi o nell’inquinamento di prove ( perché non è possibile che i delitti non vengano mai risolti e qui mi vengono alla mente maligni pensieri su un sistema di reclutamento più clientelare che di merito), non può avere altro che queste conseguenze.   In fondo la prima condanna era passata attraverso una serie di prove minime, quasi inconsistenti. Bastava poco per smontare l’impianto accusatorio. Bastava poco per mantenere un po’ di riserbo. Bastava poco per giungere alla verità e portare a un’ oggettiva giustizia finale.
Nessuna colpa dell’America. La colpa è solo nostra.

 

J.FORREST




permalink | inviato da J.Forrest il 4/10/2011 alle 18:31 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

20 maggio 2011

L'ASPETTO SIMBOLICO DELLA MORTE DI USAMA BIN LADEN






La morte di Usama Bin Laden potrebbe essere definita come l’evento più importante dell’anno. Questo naturalmente vale per il mondo intero ma rileva in modo particolare per gli Stati Uniti d’America. La notizia della morte dello “sceicco del terrore” è stata festeggiata a New York al pari della fine di una sanguinosa guerra mondiale. I giornali di ogni parte del globo davano la notizia cercando di raccogliere informazioni il più dettagliate possibili riguardo al blitz dei Navy Seals, il fior fiore delle forze speciali Statunitensi. Nel giro di poche ore cominciavano a girare notizie relative alla sepoltura in mare della salma di Bin Laden e di probabili foto scattate nel covo di Abbotabad raffiguranti il suo volto dilaniato dalle raffiche di M4. Parallelamente iniziava, da parte dei complottisti, la richiesta incessante per ottenere immagini (che poi poco sarebbero servite perché le avrebbero bollate come fake) che confermassero l’accaduto e lo scetticismo riguardo al repentino modo di sbarazzarsi della salma dell’odiato nemico.

Oggi, anche se con lieve ritardo, non mi sento di voler trattare l’impatto politico- internazionale della morte di Usama Bin Laden. Né sento la necessità di analizzare il fattore “Pakistan” tanto ambiguo quanto scontato nella sua stessa ambiguità. Ciò che mi preme sottolineare è l’aspetto simbolico dell’atteggiamento americano per quanto riguarda le decisioni che sono state prese relativamente alla pubblicazioni delle fotografie e della sepoltura in mare del corpo del leader di Al-Quaeda. Le scelte che sono state fatte appaiono di certo come scelte razionali e calcolate. Vero. Ma c’è tutta una sub- struttura fortemente umana, quasi infantile, di annientamento della paura e di distruzione dell’incubo. In fondo non ci sarebbe da meravigliarsi dato che l’attentato alle Twin Towers è stato il primo grande attacco ostile diretto su territorio americano. Per una volta voglio cercare di uscire dai soliti schemi freddi e tecnici e cercare addentrarmi in una sorta di analisi Freudiana.

Per come li ho sempre visti, gli Stati Uniti, hanno sempre dimostrato un certo infantilismo di base; è questa forse una connotazione che ha accompagnato questa nazione sin dai suoi albori. Il concetto di purezza, ereditato da una vocazione verso una “missione storica” incentrata sul concetto di essere il “nuovo” mondo contrapposto al “vecchio”, che si propone di inaugurare un nuovo corso nella storia.

I concetti di giustizia e di libertà sono stati spesso sventolati come vessilli di battaglia ma, seppur moltissime volte il popolo americano è stato coerente con essi, di certo, altrettante volte, questa coerenza non si è mantenuta. La costante idea del bene (che racchiude quegli elementi poco prima citati) viene opposta a quella di male talvolta come velo di Maya per nascondere, e forse negare a se stessi, azioni che in un certo senso contraddicevano questo modo di pensare. Il non voler vedere il grigio ma solo il bianco e il nero delle situazioni è alla base di questo infantilismo. Enorme importanza riveste il fattore psicologico della sicurezza. La visione della propria patria sicura e capace di allargare e di esportare la sua capacità di giustizia e sicurezza al di fuori dei confini sono da considerarsi un tentativo di difesa contro l’ignoto. Se diamo uno sguardo alla filmografia bellica americana il tono appare sempre molto auto celebrativo; c’è un continuo ricorso all’idea di una purezza portatrice di una ragione a-priori, propria di una mentalità ingenua ma pericolosamente semplicistica: sicuri dentro i propri confini e decisi di esportare quest’idea di sicurezza al di fuori. Quand’è cominciata la guerra al terrore, dopo l’11 settembre, le certezze in tal senso sono crollate. Il “bambino” USA si è ritrovato a dover fare i conti con la violazione della sua sicurezza ovvero della sua stessa intimità. In poche parole della sua casa sicura. Ed è proprio a partire dall’ultimo atto di una storia che ha condizionato pesantemente gli ultimi dieci anni del mondo intero che trapela questa fragilità: la sepoltura in mare della salma di Usama Bin Laden. Un messaggio chiaro che, a mio modo di vedere, è arrivato dritto al cuore e alla testa di ogni cittadino americano come a voler dire: “Ecco, il nostro peggior incubo dovrà essere sommerso per sempre”. Un segno come a voler significare “chiudiamo questa pagina della nostra storia, sommergiamolo in modo che non possa più tornare a farci del male … “ L’annientamento totale del nemico ( a chi non è venuto in mente il parallelismo con la distruzione di Cartagine da parte dei romani? ) e il monito che da quest’azione viene rivolto verso coloro che hanno ancora intenzione di attaccare gli Stati Uniti. Un messaggio diretto che sembra dire “ ovunque siate sarete sommersi … verrete dimenticati …”. Il profondo degli abissi marini quasi a voler figurare il buio di un movimento che ha perso la sua guida e che non potrà neanche più vederla ed adorarla per l’ultima volta. Il bisogno di creare il vuoto, il tentennamento e la disperazione di brancolare nella totale incapacità . L’obiettivo è riuscito: privare del proprio totem e del proprio leader carismatico un’intera galassia di fedeli. Ecco il perché della scelta di non voler pubblicare le foto: non fornire l’ultima immagine del leader .. privare i suoi fedeli dell’immagine ultima, in un certo senso quasi la più significativa, ossia quella del martire. Già il martire. Il martire è la figura più pericolosa: è la capacità di chi, morto per mano del suo nemico,riesce a rianimare con la sua dipartita il sentimento di vendetta e la voglia di ricominciare da parte dei suoi seguaci. Ma se questo è l’intento verso i nemici è ancora più importante la funzione che queste scelte hanno avuto per il popolo americano: riconquistare quell’universo di tranquillità e certezze che da tempo ormai si erano perse. Il sogno del bimbo USA che scaccia l’incubo Bin Laden. Tuttavia gli Stati Uniti sono passati dall’infanzia all’adolescenza perché eventi traumatici fanno crescere e soprattutto pensare. La parola d’ordine rimane “ricominciare” ma forse con una certezza in più: Obama, gioco forza, è stato l’eroe di un sogno che, nell’inconscio di ogni Statunitense, è già stato riconfermato presidente della nazione.

JUSTIN FORREST






permalink | inviato da J.Forrest il 20/5/2011 alle 19:30 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

24 marzo 2011

PUNTI D'ANALISI SULLA LIBIA






Di seguito ho cercato di delineare, per quanto possiblie, la situazione in Libia.

FATTORI MILITARI E FORZE IN CAMPO

La Libia è divisa in due fazioni in questo momento. Vi sono quelli che vengono definiti "pro-Ghaddafi" e quelli che invece passano sotto il nome di "ribelli anti- regime". La peculiarità sui cui molti fanno confusione risiede nel fatto che non c'è un esercito regolare. Le forze armate Libiche si sono divise, scisse o, forse, sarebbe meglio dire ammutinate. C'è chi ha deciso di rimanere fedele al Rais e chi, invece, di passare dalla parte dei rivoltosi. In ogni caso le caserme sono state aperte dai defezionisti "anti- regime" dell'esercito che hanno fornito ai ribelli armi e munizioni. Molti, purtroppo, hanno commesso l'errore di pensare " come è possibile che i civili siano così armati?", lasciando adito alle peggio interpretazioni complottiste che, oramai da tempo con l'avvicinarsi del fatidico 2012, sembrano imperversare le menti d'ogni uomo. Si è sentito parlare di rivolte guidate da Francia e, oramai sembra anche scontato dirlo, degli Stati Uniti d'America. E' necessario in questo caso fare un poco di chiarezza. Le armi sono tutte, ma proprio tutte, di fattura sovietica. Il listino comprende vecchie conoscenze che gli esperti di questioni militari riconoscono a vista: fucili semiautomatici Kalashnikov Ak 47, lanciagranate RPG, contraerea russa su ruota degli anni '60 e '70, tank Sovietici e Mig e Sukoi, sempre di importazione russa. Ebbene questi sono gli armamenti dell'esercito libico che nulla hanno dell'importazione occidentale. L'unico armamento di provenienza Europea è un vecchio semovente nostrano (di cui, francamente, non ricordo il nome)

I MOTIVI DELLA RIVOLTA
La rivolta è scoppiata per due motivi. Il primo è la disuguaglianza nella distribuzione del reddito che il colonnello non ha mai voluto attuare. Non fu mai avviata una redistribuzione della ricchezza, comportando un accrescimento costante della povertà su gran parte della popolazione. I giovani soprattutto hanno poche speranze di lavoro e, infatti, nelle compagnie petrolifere  (ricordando che il petrolio è la prima fonte di ricchezza libica) vengono impiegati operai tunisini, del Bangladesh ed egiziani, più facili da sfruttare e pagati poco rispetto a quanto prenderebbe un cittadino della Libia. A questo si è aggiunta, e qui arriviamo al secondo motivo, la rivolta generale che è infiammata nel Maghreb e che ha dato la spinta alle insurrezioni. Non solo. A questo si aggiunge una notizia dell'ultima ora secondo cui, un colonnello Ghaddafiano "doppiogiochista", ha informato un pò di tempo prima il presidente Sarkozy della preparazione della rivoluzione. Ciò però, attenzione, non deve far pensare a una ingerenza francese ma, piuttosto, a un cavalcare il clima rovente del Nord Africa in rivolta e dare il via allo sfogo di una tensione che già da tempo era diventata insopprimibile.

SIAMO IN UNA GUERRA CIVILE?
Difficile dirlo. La Libia è costituita da tante tribù, nemica l'una dell'altra. Tuttavia, adesso, sembrerebbe azzardato parlare di guerra civile. Mi scuso con chi, nei commenti, ha trovato questo termine in una mia risposta. Diciamo che vediamo sventolare due bandiere ma chi combatte per Ghaddafi sono pochi fedeli e molti mercenari. Il Colonnello probabilmente sta spingendo in questo senso per aumentare l'intensità degli scontri. Il problema potrebbe sorgere dopo; una galassia di tribù può effettivamente essere un fattore destabilizzante per la stabilità. Per ora il problema non si pone e, forse, potrebbe anche non porsi in futuro. La Libia, per il suo greggio, ha l'obbligo da autoimporsi di rimanere stabile.

MA LA NO- FLY ZONE E' STATA UNA MOSSA GIUSTA?
Personalmente sono d'accordo. Ma doveva essere più tempestiva. Nonostante il consistente numero di mezzi blindati e sistemi radar e missilistici distrutti, le forze di Ghaddafi si sono riorganizzate nelle città vicine a Tripoli, diventando milizie urbane. Risultato: sono mischiati ai civili. Ora il comando potrebbe passare alla NATO* che può vantare una rodata catena di comando e una buona capacità di coordinamento. Lo scopo, come da risoluzione, è proteggere i civili ed eliminare le forze ostili. Servirà del tempo e attacchi chirurgici per permettere ai ribelli di poter avanzare senza incontrare ulteriore resistenza. Una volta in Tripolitania sarà una battaglia quartiere a quartiere a meno che il Rais non sia morto o le sue forze stremate. Inoltre serviranno caccia per abbattere eventuali rifornimenti di mercenari sub- saharaiani che potrebbero giungere via aria.
*Mi è stato fatto giustamente notare che ancora non si è raggiunto un accordo. Ringrazio Fede (fedelissimo lettore) per la segnalazione!

SI DIRA' "ERA MEGLIO QUANDO C'ERA LUI?

No, non credo. Il dittatore libico, qualora sopravvivesse, ce la farebbe pagare cara. Ci potremmo infatti dimenticare il petrolio oppure sopportare l'aumento del suo prezzo al barile a seconda dell'umore di Muammar. Con la vittoria dei ribelli, invece, dovrebbero rientrare ingenti guadagni in termini di greggio. Dico "dovrebbero" perchè il rischio sarà dopo la caduta del comune nemico, quando per cercare la stabilizzazione, le varie tribù si lasceranno andare a probabili contrasti e violente frizioni.

J.Forrest




permalink | inviato da J.Forrest il 24/3/2011 alle 2:9 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (8) | Versione per la stampa

2 marzo 2011

RIFLESSIONI SULLA LIBIA




Il Maghreb si è infiammato all’improvviso. Nessuno l’aveva previsto. Però si sa, è difficile, oggi come oggi, poter effettuare delle panoramiche quantomeno affidabili delle degenerazioni geopolitiche dato l’alto numero di attori statuali e non statuali coinvolti nell’arena internazionale. Ovviamente,ad una più attenta ed accurata analisi, potremmo affermare che un cambiamento ci si aspettava potesse arrivare tra una ventina o trentina d’anni e non, invece, in modalità così repentina ed imprevedibile. Sappiamo però anche che la violenza è un acceleratore di eventi e che quindi, come tale, travolge il passato soppiantandolo in maniera non indolore.

In Libia abbiamo una situazione così strutturata: un dittatore, a capo di un clan- famiglia, si è ridotto nei panni di un Hitler stile “ultima battaglia a Berlino”. Arroccato nel suo bunker, isolato dal mondo intero (meno che dal simpatico F.F. che nei primi giorni di rivolta non si è voluto smentire) sbraita annunci di resistenza e, nel frattempo, ordina di massacrare i suoi concittadini. Un leader, insomma.Odiato dal popolo. Poverino ( vorrei sottolineare l'ironia). Eppure l'astuto Ghaddafi nel corso degli anni ha saputo tessere rapporti molto stretti tra la Libia e i paesi dell’Africa sud sahariana forse conscio delle future conseguenze della sua politica totalitaria; tant’è che non sarebbe da stupirsi se i mercenari provenienti da Ciad, Sudan, Niger e Benin siano stati incoraggiati a partire dai loro rispettivi governi in virtù dei favori ricevuti dall'esportatore del termine bunga- bunga. ( Notizie comunque riferiscono del coinvolgimento di sei mercenari nostrani).

Franco Frattini, amico degli esponenti meno stimabili di alcuni Paesi del mondo, ha quasi sofferto nel condannare gli immani massacri: in fondo mica si può sputtanare uno al quale il Presidente del Consiglio della Repubblica Italiana ha baciato la mano. Tant’è che il ministro degli esteri ha esposto più volte il problema relativo alla caduta del rais. “Caduto Ghaddafi si rischia l’Islam” e poi “ Concederemo le basi aeree solo se vi sarà un mandato ONU” e poi rincara la dose a un giornale tedesco “ Sono favorevole a un secondo governo Ghaddafi rivisto”. Un comportamento assolutamente penoso e sicuramente poco Europeo. E’ vero che noi italiani abbiamo interessi consistenti per quanto riguarda gli approvvigionamenti di petrolio e che la Libia fornisce una buona isola di lavoro per molti nostri connazionali ma, d’altro canto, è anche vero che un Paese serio è per definizione un diversificazionista strategico. Una polity, in poche parole, deve sapere attingere risorse da più fonti e non da un solo distributore. Ma non è facile farlo capire al governo del fare che di propaganda e baggianate ne dice e ne fa tante ma poi, a livello di competenza, è davvero a livelli di scuola elementare.

A giorni potrebbe partire una sorta di intervento umanitario/militare. Sono tre le ipotesi che si potrebbero adottare: la prima è l’allestimento di una no fly zone, al fine di evitare raid aerei dei fedelissimi di Ghaddafi contro i cittadini libici che protestano per Tripoli. Lo scopo sarebbe quello di interdire lo spazio aereo sovrastante abbattendo qualsiasi velivolo ostile (compresi mezzi che trasportano i mastini della guerra). La seconda è invece una no sail zone che servirebbe per impedire cannoneggiamenti ostili verso Tobruk e Bengasi. Infine, ultima ipotesi, ma difficilmente praticabile, è inviare forze speciali aldilà del deserto libico con lo scopo di annientare qualsiasi mezzo che trasporti rifornimenti d’armi, d’uomini e di mezzi. Il rischio di questa ultima opzione sta nel fatto che, da quanto è parso di capire, i ribelli non vorrebbero alcuna interferenza straniera concreta di terra a livello militare.

Reputo personalmente possibile la prima e la seconda possibilità. Questa è una rivoluzione in cui gli Occidentali devono stare ad appoggiare da fuori e non direttamente. Vorrei concludere dicendo che il vento di rivolta nel Maghreb è iniziato grazie ai giovani, ragazzi come noi, che hanno superato l’ideologia religiosa e sono a noi affini nel modo di pensare. Grazie a Internet e a Facebook hanno scoperto che chi sta dall’altra parte della costa e del mondo è tale e uguale a loro con propri sogni e voglia di pace e prosperità nel reciproco rispetto. Vederli nelle piazze, aldilà delle violenze che hanno subito, è stato e deve essere motivo d’orgoglio per la nostra generazione, una generazione che nonostante le contraddizioni continua a stupirmi ogni giorno di più.

J.FORREST





permalink | inviato da J.Forrest il 2/3/2011 alle 12:39 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (10) | Versione per la stampa

27 gennaio 2011

Frattini, i copti e il peso delle parole

 

Il ministro Frattini in seguito alle tensioni in Egitto tra cristiani copti e forze islamiche ha prontamente dichiarato la sua strenua difesa nei confronti della minoranza cristiana. Ovviamente la presa di posizione immediata è anche dovuta alla sensibilissima fede cattolica del governo italiano che , si sa, da anni, si fa portavoce e strenuo difensore dei valori cattolici. Ma, tralasciando l’ironia e tornando alla tragicommedia politica del Bel Paese, bisogna sottolineare che la  posizione del ministro degli Esteri è assolutamente non professionale.
Una politica estera si dovrebbe basare su un trinomio preceduto da un concetto che i realisti della politica internazionale, ma molto probabilmente anche i costruttivisti e i liberali, definirebbero quasi “sacro ed inviolabile”. Uno Stato, nella sua proiezione verso l’esterno, dovrebbe occuparsi di poche cose. Questo per evitare un eccessivo over - stratching degli impegni internazionali. Ed è la regola base. Ad essa si aggiungono poi tre componenti essenziali , tali per cui, nei limiti del possibile, una politica estera possa definirsi quantomeno soddisfacente. I tre punti sono: unitarietà, razionalità ed autonomia dalle pressioni. Cosa significa? Significa che uno stato deve imporsi degli scopi ben precisi (al fine di conseguire con successo i propri interessi) riuscendo a pianificare (con ossessione quasi maniacale) i passi da compiere e cercando di sintetizzare le varie spinte/richieste dei gruppi di pressione al fine di convogliare a proprio favore quelle che più sono affini all’interesse da perseguire. In poche parole stiamo parlando di un agire in maniera logico/razionale, indirizzato a qualcosa di concreto e che possa portare a un qualche beneficio alla comunità. Un’ affermazione del genere, ovviamente, esclude qualsiasi tipo di intervento nel campo del non logico e del non razionale. La tragica politica estera neo- conservatrice, attuata da Bush Jr sul piano dell’ideologia (esportazione della democrazia attraverso una crociata ideologica) è indubbiamente un case study che ha fatto storia, quasi un vademecum sugli errori da non compiere e sulle conseguenze da sopportare. Immaginiamo d’altro canto un appello come quello di Frattini, espresso non con le parole tipiche delle costituzioni liberali quali tolleranza e dignità dell’individuo, ma con termini di caratura religiosa. Mi si chiederà: dove sta il problema? Non è forse questa una polemica sterile ed inutile? La risposta è no. Anticipo che probabilmente qualche credente potrà forse rimanere un po’ perplesso dinnanzi a una motivazione che potrebbe essere considerata laico/oltranzista ma, nell’arena internazionale, le parole contano e, molto spesso, un’errata interpretazione può creare rischi inutili addirittura per la collettività. Notare la differenza nelle seguenti affermazioni:
a.       Condanniamo apertamente gli attacchi verificatisi contro innocenti cittadini.
b.      Condanniamo apertamente gli attacchi verificatisi contro la comunità cristiano copta.
Nella prima affermazione si condanna l’ingiustificato atto violento contro inermi cittadini egiziani. E ‘una affermazione laica e pacata che non può essere in alcun modo criticata. Invece, nella seconda frasei toni e il senso del periodo cambiano radicalmente. Si prendono le posizioni di una comunità, specificatamente aderente a un credo, in contrapposizione a nuclei anch’essi di matrice religiosa che hanno commesso l’attentato. Questo significa prendere, dal punto di vista degli attentatori, la parte dei cristiani in contrapposizione agli islamici. Scatta un meccanismo di auto identificazione che vede in Frattini, ministro di un Paese Europeo, un defensor fidei del cristianesimo tale per cui , di riflesso, si ha una ideale trasposizione del pensiero di Frattini in un comune sentire del continente Europeo che tornerebbe a vestire i panni del mandante delle Crociate. Dal momento che la storia ha chiaramente mostrato che alla base dei conflitti più sanguinari vi sono sempre state motivazioni di tipo ideologico e religioso pare azzardato porre l’accento su un conflitto che di razionale non ha nulla e che urta contro il modo pragmatico di procedere nel pianificare la politica estera. In poche parole: non si può e non si deve fare appello a qualcosa di così inconsistente, ma talmente potente, da poter scatenare ritorsioni non razionali guidate da odio cieco e sfuggevoli alla ragione. D’altronde non è un caso se molti ministri Europei abbiano taciuto o usato termini diversi per segnalare le violenze avvenute in Egitto. Ma loro hanno studiato … il buon Frattini forse no.
 J.FORREST
p.s. scuste il ritardo ma avevo degli esami ! 




permalink | inviato da J.Forrest il 27/1/2011 alle 18:35 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

9 gennaio 2011

Caso Battisti: ecco come siamo



C’era una volta la dignità. Tanto tempo fa. Un ricordo ormai lontano, sempre che questa presunta ed italica dignità ci fosse mai stata. Oggi l’Italia fa i conti con il suo fantomatico peso internazionale: un bellissimo zero che vale una tonnellata e che si abbatte come al solito sulle vittime che in questo Paese, mi si passi il pesante sarcasmo, sono sempre le sole e uniche a pagare per i danni altrui. Cesare Battisti, assassino e terrorista, scappato dall’Italia e rifugiatosi in Francia oggi si trova in Brasile. Con quel sorriso arrogante e un bel po’ di omicidi sulle spalle. Oggi l’Italia chiede l’estradizione, la urla a gran voce (e con giusta causa), fa sit-in sotto consolato e ambasciata Brasiliana. Risultato? No, Battisti non tornerà in Italia a scontare la pena.

Lo scandalo a livello politico non esiste, almeno è ridimensionato. Il Brasile sostanzialmente si comporta come una potenza in ascesa; vuole fare sentire tutto il peso della sua giovane affermazione sul panorama internazionale. Certo … se dall’altra parte dell’Atlantico ci fosse stato un colosso come la Germania, l’Inghilterra o la Francia c’è da essere sicuri che i toni e gli atteggiamenti da parte di Brasilia sarebbero stati molto meno forti; ma noi siamo l’Italia, il Paese della pattumiera nelle strade di Napoli, il Paese dei delitti irrisolti, dei grandi proclami e della giustizia che non funziona. Noi siamo l’Italia del gossip, degli scandali sessuali e, al contempo, del libidinoso piacere di vedere ragazzine asservite al potere che per entrare nel mondo dei loro sogni, lo spettacolo, si dimostrano perfette e diligentissime studentesse del sistema. Quale rispetto, dunque? Avreste voi rispetto delle pretese del dittatore dello stato libero di Bananas ? Il training di affermazione di potenza si serve di piccoli pretesti verso soggetti che sono, di per sé, facilmente affrontabili. Scordatevi le grandi pretese di riconoscimento internazionale di cui il nostro governo continua a servirsi per mascherare un ruolo italiano minimo e misero nel sistema che conta. Siamo l’Italia degli “ 0 “, il Paese che non ha soldi per le Forze dell’Ordine, il Paese che non riesce a proteggere la sua comunità e che per farlo deve schierare, in una misera dimostrazione di forza, l’esercito. Siamo lo Stivale che calpesta istruzione e ricerca, cioè il futuro. Siamo il Paese che con il suo sistema parentale delle raccomandazioni mortifica e distrugge sogni e sforna migliaia di incompetenti. Quest’ Italia se potesse essere antropomorfizzata avrebbe le sembianze del volto di Pierrot, una maschera di Carnevale, un buffone in poche parole, dalla faccia permanentemente malinconica anche quando attorno a lui si fa festa e altri buffoni scendono in piazza. Con Battisti un’altra illusione è finita. Risultato unico e scontato: siamo uguali a zero. Ma d’altronde, scusate, se il nostro Paese è fra i primi in Europa per evasione fiscale, per deficienze nel sistema giudiziario e per paradossali truffe (anche all’interno delle istituzioni stesse), come si può pretendere rispetto e giustizia se quest’ultime non sono nemmeno minimamente garantite in Patria? L’Italia che non rispetta se stessa non può essere rispettata perché se lo fosse sarebbe illogico. Tutto questo ha portato ancora una volta alla sintesi tutta italiana della possibilità di ottenere giustizia. Barabba, (pardon Battisti), è fuori e libero con una buona quota di omicidi alle spalle. I poveri Cristi sono qui tra noi, le vittime , per l’ennesima volta illuse e umiliate. Uno stato come Israele, come fece coi criminali nazisti in giro per il mondo (e soprattutto) Sudamerica, sarebbe andato a prendere(anche coattivamente) Battisti e nel giro di due giorni riportarlo in Patria: Brasile concorde o Brasile non concorde. Ma noi siamo l’Italia e forse, questo, sarà l’ennesimo segnale di allarme che butteremo nello sciacquone. Il sipario si chiuda, la nostra storia è probabilmente all’ultimo e forse più disastroso atto della sua tragicommedia in salsa lirica tutta italiana.

J.Forrest





permalink | inviato da J.Forrest il 9/1/2011 alle 14:10 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
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