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Il Grande Cinema
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12 marzo 2013

EDUCAZIONE SIBERIANA - di Sonny Delvecchio


Educazione Siberia, l'ultima creatura di Gabriele Salvatores, è forse uno dei migliori film apparsi sul grande schermo negli ultimi cinque anni.

Tratto dal primo romanzo (autobiografico) dello scrittore russo Nicolai Lilin, il film narra di una cittadina di Fiume Basso, nella Transnistra (l'odierna Moldavia Orientale), una cittadina in cui vivono, coesistono e comandano bande criminali deportate in quel luogo durante il regime stalinista. Il clan che spicca tra questi è quello degli Urka Siberiani, capeggiato da Nonno Kuzja, interpretato da un magistrale, forse perfino monumentale, John Malkovic.

La storia narra di due ragazzini, Kolima, nipote di Nonno Kuzja, e Gagarin, e della rigida e quantomai controversa educazione che viene loro impartita, un'educazione agli antipodi di quella a noi comunemente nota, un'educazione fondata su pilastri quali il furto, la rapina e l'uso delle armi. Una comunità fatta di regole ferree e di tabù, costellata di comandamenti da rispettare per potersi definire “un onesto criminale”.

La vicenda è impostata su due piani temporali differenti, che s'intrecciano e si mescolano delicatamente: il primo ha il suo inizio nel 1988, a un passo dal crollo del Muro di Berlino e della conseguente capitolazione dell'Unione Sovietica; il secondo nel 1998.

Il primo piano temporale mostra l'educazione dei piccoli Kolima e Gagarin, condotti e protetti da Nonno Kuzja, che mostra e insegna loro ciò che è permesso, come l'omicidio per giusta causa, e ciò che non è permesso, come tenere soldi in casa e fare uso di droghe. I due ragazzini apprendono tutto ciò che viene loro trasmesso, “allenandosi” al fine di diventare parte della comunità. La caduta del Muro, fatto d'impatto mondiale, non può non sortire effetti anche sulla comunità di Fiume Basso, rimasta paradossalmente protetta nel suo isolamento, fino al crollo dell'Urss: in pochi anni un mondo rimasto pressoché immobile per quasi ottant'anni si ritrova a fare i conti con un'invasione culturale proveniente dalla sponda dei vincitori occidentali. Kolima e Gagarin, separati per 7 anni, si ritrovano quasi ventenni nel '95. Presto entrambi scopriranno che non è cambiato soltanto il mondo circostante, ma anche il loro spirito: Kolima è rimasto strettamente legato alle regole del clan, mentre Gagarin è pronto a infrangerle tutte, in nome di quegli ideali plutocratici che non conoscono né regole né limiti, ma solo il potere dei soldi.

La chiave di lettura dell'essere umano è cambiata: se prima bastava guardare i tatuaggi di un uomo per conoscerne la storia, ora che il mondo è cambiato bisogna adattarsi all'evoluzione o rassegnarsi a una progressiva, rapida e inevitabile estinzione.

L'altro piano temporale segue un'operazione militare di un distaccamento dell'esercito russo, impegnato a stanare un gruppo di trafficanti di droga. La mimetica militare nasconde la presenza di Kolima fra i soldati del distaccamento: il nipote di Nonno Kuzja è stato inviato in missione per conto del suo clan, al fine di trovare e uccidere il responsabile di uno stupro avvenuto tre anni prima.

Salvatores regala al suo pubblico uno spaccato di storia criminale, senza l'intento di mitizzare o esaltare tale cultura, mostrandone la singolarità, con una descrizione molto ben curata, improntata a mettere in risalto i lati più significativi, come l'importanza dei tatuaggi, intesi come le pagine della vita di un uomo, che raccontano chi è, concetto che ritroviamo (anche se più abbozzato) in un altro film sulla criminalità di ceppo russo come “La Promessa dell'Assassino” di David Cronenberg. L'attenzione per la parte relativa all'educazione mette in ombra quella della missione di Kolima, che il regista (e sceneggiatore) liquida in maniera forse troppo sbrigativa, giungendo repentinamente all'epilogo del film, lasciando lo spettatore soddisfatto per aver visto un prodotto di ottima qualità, ma con il piccolo rammarico scaturito proprio dal finale “frettoloso”.

Che sia stata la paura di annoiare lo spettatore, decidendo di non andare oltre i 120 minuti? Forse un po' più di coraggio non avrebbe guastato...

Il paragone con il maestoso “C'era Una Volta in America” di Sergio Leone sorge spontaneo, paragone che fa ben sperare per la distribuzione internazionale, favorita anche dal fatto che la lingua originale del film sia l'inglese, elemento che se non ne garantisce un successo, quanto meno lo rende auspicabile. Salvatores e Cattleya, la casa di produzione, si sono fatti portatori di una speranza: riaffermare il cinema italiano sia sul piano qualitativo sia sul piano commerciale internazionale.

Il gioco vale senza dubbio la candela.

16 aprile 2012

DIAZ - DON'T CLEAN UP THIS BLOOD - di Sonny Delvecchio



È finalmente uscito nelle sale cinematografiche il film “Diaz – Don't Clean Up This Blood”, relativo ai fatti avvenuti nella scuola Diaz in occasione del G8 di Genova nel luglio 2001.

Il regista e sceneggiatore Daniele Vicari, già meritevole di elogi da parte di pubblico e critica per il film “Il passato è una terra straniera” (2008), si ripropone a quattro anni di distanza con una pellicola incandescente che, già solo per l'audacia e il senso civico di trattare quei i tragici fatti di undici anni fa, merita cinque stellette.

Il film si snoda attorno ad un oggetto comune, uno dei classici oggetti della protesta di piazza: una bottiglia di vetro, che vola nell'aria salmastra di Genova, infrangendosi e ricomponendosi. All'interno di questa bottiglia pare quasi che il regista inserisca un messaggio il cui testo potrebbe essere: questa è una storia da ricomporre con cautela, mettetevi comodi, incazzatevi se volete, ma prestate attenzione ai fatti.

Lo spettatore, quindi, segue il regista nella raccolta di quei cocci, ognuno dei quali rappresenta una delle tante storie di quel fiammeggiante luglio. Cocci. O pezzi di puzzle, disseminati e dispersi tra vari tentativi di insabbiamento politico, che se riordinati danno un quadro chiaro e completo di ciò che accadde in quella maledetta notte di luglio, in cui la polizia fece irruzione nella scuola Diaz, adibita a dormitorio in occasione del G8, col pretesto di scovare una cellula dei black block, già dileguatasi con buon margine d'anticipo. Chi pagò il conto di quell'irruzione? I poveri manifestanti, ragazzi e ragazze che provarono sulla loro pelle il dolore indescrivibile della violenza gratuita per mano di 300 agenti, muniti di quello speciale con un rinforzo metallico interno, adottato proprio in occasione del G8, che scatenarono la loro frustrazione e il loro odio contro quei poveri cristi, il cui i cui crimini erano l'aver animato la protesta e l'essersi trovati lì al momento dell'irruzione.

La storia racconta le vicende intrecciate di un comandante di polizia, di un gruppetto di black block, di un giornalista della Gazzetta di Bologna, di un anziano tesserato della Cgil, di un organizzatore del Social Forum e di un'attivista straniera tradotta poi nel famigerato Bolzaneto, luogo di prevaricazioni, soprusi, violenza fisica e psicologica e tortura per le quali furono condanni soli 15 agenti su 44. Il tutto a scapito di persone innocenti, ferite, spaventate a morte e indifese, vittime sacrificali dello scontro mai realmente concretizzatosi tra forze dell'ordine e black block, per però riuscirono ugualmente a mettere a ferro e fuoco la città di Genova, facendo passare in secondo piano l'inettitudine di chi non seppe tenere la situazione sotto controllo, sfuggita di mano già con l'uccisione di Carlo Giuliani.

Diaz tenta di aprire gli occhi a chi tuttora fa finta di non vedere, o di non capire, a coloro che condannano aprioristicamente i manifestanti, a coloro che si affrettarono a inviare messaggi di elogio e solidarietà ai responsabili di quella macelleria messicana.

Diaz è fatto per non dimenticare una delle macchie indelebili nella coscienza del nostro paese, ponendo implicitamente anche un quesito, destinato a restare senza risposta: perché accadde tutto questo? Le domande resteranno cristallizzate, proprio come quel sangue sui muri della scuola Diaz.


12 gennaio 2012

J.EDGAR, LA PERLA DI CLINT - di Sonny Delvecchio



Con “J Edgar” Eastwood ha scelto di regalare al grande pubblico la biografia di uno dei personaggi più controversi del secolo scorso: John Edgar Hoover.

Fu direttore, ideatore e creatore dell'FBI, e a capo di questa organizzazione trascorse quasi tutta la vita: dal 1924 fino alla sua morte avvenuta nel 1972.

Clint porta sul grande schermo la sua versione del personaggio, una figura solitaria per natura e per scelta, un uomo che viveva per lavorare, circondato soltanto dall'incensamento materno e dalla propria ambizione. Ossessionato dalla difesa di una società nella quale non sarebbe mai riuscito ad inserirsi. Dotato di una capacità d'inventiva seconda solo al suo spasmodico protagonismo. L'irrefrenabile terrore e l'inestinguibile odio per tutto ciò che poteva rappresentare una minaccia o anche un semplice cambiamento o addirittura un altro modo di pensare fecero di lui un vero e proprio maniaco della sicurezza, che meticolosamente cambiò i connotati del Bureau, trasformandolo nella più efficiente macchina federale tuttora perfettamente funzionante.

Alla morte di Hoover, Nixon cercò anche di entrare in possesso del misterioso archivio riservato che Hoover aveva creato in quasi cinquant'anni, archivio che aveva intimorito sia Nixon sia tutti i suoi predecessori. In seguito fu lo stesso Nixon a firmare un decreto che avrebbe impedito a chiunque altro di occupare il posto di direttore dell'FBI per più di 10 anni, rendendo Hoover un'eccezione pari a Franklin Delano Roosvelt, l'unico ad essere nominato presidente per tre mandati consecutivi.

Le tinte, i giochi di chiaroscuro, in cui si alternano sequenze quasi buie a tratti di chiarore quasi accecanti, e la caratteristica luce caravaggiesca hanno reso inconfondibile lo stile di Eastwood, che trova una perfetta espressione anche in questa pellicola, mettendo a nudo anche solo con l'immagine l'intimità dell'animo di una figura oscura e controversa con J. Edgar Hoover.

Quando i libri di Storia del Cinema parleranno (e già ne parlano!) del Clint Eastwood regista, oltre alla sua grandiosità, celebreranno il merito di aver dato vita all'Espressionismo cinematografico del XXI secolo.

Voto: 9


26 febbraio 2011

IL GRINTA



Scontrarsi con l'icona del western per eccellenza, mr. John Wayne, e tentare di dare un volto nuovo a Il Grinta, pellicola firmata dal celebre Henry Hathaway nel 1969, sembrava un'impresa folle, ma i fratelli Coen non si sono lasciati intimidire.

I due fratellini avevano bisogno di un grande attore per l'arduo ruolo di Rooster Cogburn (detto il Grinta). E chi vanno a pescare quei furbacchioni? Proprio quell'attore che rese un'icona la figura di Drugo ne Il grande Lebowski: Jeff Bridges, volto mai davvero valorizzato dalla critica e dagli studios, fresco della rivalsa personale dello scorso anno in cui ha messo in bacheca un Golden Globe e un Oscar per la straordinaria interpretazione in Crazy Heart.

Bridges davanti alla monumentale figura di John Wayne si sarà sentito come un insetto di fronte a un gigante, ma la sfida era troppo intrigante per rinunciare.

E così i Coen e Bridges si sono messi al lavoro, e il risultato è stato davvero sorprendente.

Tolto il velo leggendario del vecchio West, già da tempo svestito della sua aura, i Coen hanno restituito un po' di sana realtà a quel 1878, in cui si svolge la vicenda. Il Grinta patinato di Wayne viene tramutato in un rozzo e burbero vice sceriffo federale con l'anima legata a doppio filo alla bottiglia. Oppure, usando le parole dello stesso Bridges nei panni di Cogburn “un povero vecchio idiota che si è fatto trascinare in un'impresa impossibile da un'arpia coi pantaloni e da un vaccaro babbeo”.

Già, perché la vicenda scaturisce dalla brama di vendetta della quattordicenne Mattie Ross, decisa a vendicare la morte del padre assassinato da un certo Chaney. L'esile ragazzina con la lingua affilata decide di assoldare proprio Rooster Cogburn il quale, dopo vari rifiuti, si fa assumere dalla piccola Mattie per catturare Chaney, interpretato da Josh Brolin (già protagonista di un'altra perla dei Coen, il pluri premiato Non è un paese per vecchi). A questa strana coppia si aggiungerà poi LeBoeuf (Matt Damon), un Texas Ranger - anch'egli a caccia di Chaney per un crimine commesso in Texas - una sorta di antenato del nostro Chuck Norris, imbalsamato in un portamento scomodo per il West e poco consono a un territorio in cui la Legge e la Giustizia non erano ancora cosa certa (perché? Ora lo sono?).

Questo film rappresenta gli ultimi giorni di quel West, che ebbe l'ultimo sussulto solo un paio d'anni prima a Little Bighorn e che in poco tempo si sarebbe trasformato in un'attrazione da circo, inghiottito dall'oblio del tempo e dall'avanzare del progresso (tematiche già analizzate dal grande Sergio Leone).

I continui richiami alla religione mettono in rilievo una delle più macroscopiche anomalie di quel West capace di genuflettersi di fronte a Dio, ma senza togliere la mano dalla pistola.

Il Grinta non avrà certo vita facile la notte degli Oscar in cui si contenderà la regia con


  • Il cigno nero

  • The social network

  • Il discorso del re

  • The Fighter.


Anche più ardua sarà la strada per l'Oscar come miglior film nel quale sono pronti a darsi battaglia


  • Il cigno nero

  • Inception

  • Il discorso del re

  • The Social network

  • The Fighter

  • I Ragazzi stanno bene

  • 127 Ore

  • Un gelido inverno

Mentre il vecchio Jeff si ritroverà a contendersi l'Oscar come miglior attore con

  • Javier Bardem

  • Jessie Eisenberg

  • Colin Firth

  • James Franco.


Se ascoltassimo i bookmakers, Colin Firth, capace di una straordinaria interpretazione ne Il discorso del re, avrebbe già le mani sull'ambita statuetta, ma a volte gli Academy Awards hanno regalano colpi di scena non indifferenti (basti ricordare Avatar e i suoi mancati Oscar per miglior regia e miglior).

Dati storiografici attestano che il film di Hathaway del '69 fu l'unica pellicola per cui John Wayne ricevette l'Oscar come miglior attore. Chissà che questo fatto non possa essere di buon auspicio anche per Jeff...


Sonny De


25 gennaio 2011

L'ITALIA: METÀ GIARDINO, METÀ GALERA



Anche se inizialmente restio, una sera decido di andare al cinema a vedere “Che bella giornata”,

assolutamente incuriosito da questo “ciclone Zalone”, abbattutosi sull’Italia con effetti così devastanti da superare addirittura in incassi (nei primi 5 giorni di programmazione 18,6 milioni di euro ) il record precedente del premio Oscar “ La vita è bella” di Roberto Benigni.

Beninteso: non che mi aspettassi chissà quale elaborato capolavoro, ma memore delle esilaranti prestazioni di Checco a Zelig, capace di inventarsi canzoni comiche da sbellicarsi dalle risate, volevo constatare di persona il suo impatto col grande schermo, nella speranza magari di incappare in un nuovo Verdone, un Albanese o in un neo Aldo, Giovanni o Giacomo.

Speranza vana : Zalone non è nessuno di questi ma ha uno stile tutto suo, lontano dall’abilità recitativa, ma sicuramente divertente ed effervescente.

Il film è una cagata stratosferica, trama esile e scontata, ma è sinceramente divertente.

Giocando tra luoghi comuni come le tradizioni meridionali, mostra senza peli sulla lingua la società italiana, guidata dall’ignoranza e da una possibilità di far carriera solo tramite raccomandazioni.

La famiglia Capobianco, di cui Checco è uno componenti, ne è la dimostrazione più calzante, perfettamente radicata nel sostrato dell’ Italia più grossolana e superficiale, dove basta una telefonata per superare o aggirare gli ostacoli.

Nel film Zalone s’innamora di Farah, ragazza magrebina che con il fratello intende vendicare l'uccisione dei suoi genitori facendo esplodere la Madunina. La bellissima giovane lo adesca, spacciandosi per una studentessa, alla quale Checco, senza mezzi termini, dice apertamente che studiare nel nostro paese “non serve a un cazzo”, poiché purtroppo, senza le spinte necessarie, è praticamente impossibile trovare un’occupazione o guadagnarsela con il sudore della fronte.

Che bella giornata” è un’Italia dove non esiste meritocrazia, dove un ignorante, imbranato e imbecille come Checco, tramite raccomandazioni, riesce ad arrivare a lavorare addirittura per il Papa; un’Italia dove la cultura crolla, esattamente come il trullo ereditato dall’attore pugliese nel film, dove il lavoro è considerato solo ed esclusivamente un”timbrare il cartellino” per fare soldi, riempirsi lo stomaco, comprare una macchina lussuosa e arrivare alla pensione.

Un esempio è la scena epica della cena tra i terroristi islamici e la famiglia di Checco, dove tra cozze tarantine, cene luculliane e spaghettate formato dirigibile, alla determinazione del folle/coriaceo ideale islamico si oppone il “tirare a campare” tipicamente italiano, senza idee, senza cultura, senza speranza.

Inoltre il film vive di alcune formidabili trovate umoristiche: straordinaria la scena in cui Checco prende” in prestito” la tela di Santa Teresa dal museo del Duomo per farla fotografare a Farah (facendo una foto alla tela e le altre alla Porche), riportandola al museo, pullulante di polizia, in piena agitazione a causa dell’inaspettato furto, per riattaccarla al muro con una sonora pacca.

Insomma il film di Zalone è umorismo, è una risata semplice, una parodia non sofisticata ne ricercata della realtà italiana, la nostra Italia definita all’estero come la patria di “Mafia, spaghetti e mandolino”. Un’Italia malata che quasi si compiace della sua ignoranza, dove tutti sanno e nessuno fa, dove tutti parlano ma nessuno dice, un’Italia che non si può fermare qua.

Viva Zalone, viva le cozze tarantine senza limone, viva le sane risate, viva l’Italia metà giardino e metà galera, viva l’Italia tutta intera.

Quando Saviano e Fazio polverizzarono il Grande fratello con un programma di altissimo valore culturale come” Vieni via con me”, era nata in me una speranza, una speranza di un cambiamento.

Pensavo, o forse speravo, che un impeto di orgoglio stesse nascendo piano piano nella consapevolezza e nella mentalità degli italiani; una piccola ribellione al processo di omologazione passivo messo in atto dalle nostre istituzioni. La realtà è il film di Checco Zalone: una divertente presa di coscienza della nostra triste situazione, non un nuovo amore, né un fuoco vivo, ma semplicemente una bella giornata.


Stewie Old Style


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