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QUANDO LO SCETTICISMO SI TRADUCE IN UN SEMPLICE GESTO.
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20 maggio 2011

L'ASPETTO SIMBOLICO DELLA MORTE DI USAMA BIN LADEN






La morte di Usama Bin Laden potrebbe essere definita come l’evento più importante dell’anno. Questo naturalmente vale per il mondo intero ma rileva in modo particolare per gli Stati Uniti d’America. La notizia della morte dello “sceicco del terrore” è stata festeggiata a New York al pari della fine di una sanguinosa guerra mondiale. I giornali di ogni parte del globo davano la notizia cercando di raccogliere informazioni il più dettagliate possibili riguardo al blitz dei Navy Seals, il fior fiore delle forze speciali Statunitensi. Nel giro di poche ore cominciavano a girare notizie relative alla sepoltura in mare della salma di Bin Laden e di probabili foto scattate nel covo di Abbotabad raffiguranti il suo volto dilaniato dalle raffiche di M4. Parallelamente iniziava, da parte dei complottisti, la richiesta incessante per ottenere immagini (che poi poco sarebbero servite perché le avrebbero bollate come fake) che confermassero l’accaduto e lo scetticismo riguardo al repentino modo di sbarazzarsi della salma dell’odiato nemico.

Oggi, anche se con lieve ritardo, non mi sento di voler trattare l’impatto politico- internazionale della morte di Usama Bin Laden. Né sento la necessità di analizzare il fattore “Pakistan” tanto ambiguo quanto scontato nella sua stessa ambiguità. Ciò che mi preme sottolineare è l’aspetto simbolico dell’atteggiamento americano per quanto riguarda le decisioni che sono state prese relativamente alla pubblicazioni delle fotografie e della sepoltura in mare del corpo del leader di Al-Quaeda. Le scelte che sono state fatte appaiono di certo come scelte razionali e calcolate. Vero. Ma c’è tutta una sub- struttura fortemente umana, quasi infantile, di annientamento della paura e di distruzione dell’incubo. In fondo non ci sarebbe da meravigliarsi dato che l’attentato alle Twin Towers è stato il primo grande attacco ostile diretto su territorio americano. Per una volta voglio cercare di uscire dai soliti schemi freddi e tecnici e cercare addentrarmi in una sorta di analisi Freudiana.

Per come li ho sempre visti, gli Stati Uniti, hanno sempre dimostrato un certo infantilismo di base; è questa forse una connotazione che ha accompagnato questa nazione sin dai suoi albori. Il concetto di purezza, ereditato da una vocazione verso una “missione storica” incentrata sul concetto di essere il “nuovo” mondo contrapposto al “vecchio”, che si propone di inaugurare un nuovo corso nella storia.

I concetti di giustizia e di libertà sono stati spesso sventolati come vessilli di battaglia ma, seppur moltissime volte il popolo americano è stato coerente con essi, di certo, altrettante volte, questa coerenza non si è mantenuta. La costante idea del bene (che racchiude quegli elementi poco prima citati) viene opposta a quella di male talvolta come velo di Maya per nascondere, e forse negare a se stessi, azioni che in un certo senso contraddicevano questo modo di pensare. Il non voler vedere il grigio ma solo il bianco e il nero delle situazioni è alla base di questo infantilismo. Enorme importanza riveste il fattore psicologico della sicurezza. La visione della propria patria sicura e capace di allargare e di esportare la sua capacità di giustizia e sicurezza al di fuori dei confini sono da considerarsi un tentativo di difesa contro l’ignoto. Se diamo uno sguardo alla filmografia bellica americana il tono appare sempre molto auto celebrativo; c’è un continuo ricorso all’idea di una purezza portatrice di una ragione a-priori, propria di una mentalità ingenua ma pericolosamente semplicistica: sicuri dentro i propri confini e decisi di esportare quest’idea di sicurezza al di fuori. Quand’è cominciata la guerra al terrore, dopo l’11 settembre, le certezze in tal senso sono crollate. Il “bambino” USA si è ritrovato a dover fare i conti con la violazione della sua sicurezza ovvero della sua stessa intimità. In poche parole della sua casa sicura. Ed è proprio a partire dall’ultimo atto di una storia che ha condizionato pesantemente gli ultimi dieci anni del mondo intero che trapela questa fragilità: la sepoltura in mare della salma di Usama Bin Laden. Un messaggio chiaro che, a mio modo di vedere, è arrivato dritto al cuore e alla testa di ogni cittadino americano come a voler dire: “Ecco, il nostro peggior incubo dovrà essere sommerso per sempre”. Un segno come a voler significare “chiudiamo questa pagina della nostra storia, sommergiamolo in modo che non possa più tornare a farci del male … “ L’annientamento totale del nemico ( a chi non è venuto in mente il parallelismo con la distruzione di Cartagine da parte dei romani? ) e il monito che da quest’azione viene rivolto verso coloro che hanno ancora intenzione di attaccare gli Stati Uniti. Un messaggio diretto che sembra dire “ ovunque siate sarete sommersi … verrete dimenticati …”. Il profondo degli abissi marini quasi a voler figurare il buio di un movimento che ha perso la sua guida e che non potrà neanche più vederla ed adorarla per l’ultima volta. Il bisogno di creare il vuoto, il tentennamento e la disperazione di brancolare nella totale incapacità . L’obiettivo è riuscito: privare del proprio totem e del proprio leader carismatico un’intera galassia di fedeli. Ecco il perché della scelta di non voler pubblicare le foto: non fornire l’ultima immagine del leader .. privare i suoi fedeli dell’immagine ultima, in un certo senso quasi la più significativa, ossia quella del martire. Già il martire. Il martire è la figura più pericolosa: è la capacità di chi, morto per mano del suo nemico,riesce a rianimare con la sua dipartita il sentimento di vendetta e la voglia di ricominciare da parte dei suoi seguaci. Ma se questo è l’intento verso i nemici è ancora più importante la funzione che queste scelte hanno avuto per il popolo americano: riconquistare quell’universo di tranquillità e certezze che da tempo ormai si erano perse. Il sogno del bimbo USA che scaccia l’incubo Bin Laden. Tuttavia gli Stati Uniti sono passati dall’infanzia all’adolescenza perché eventi traumatici fanno crescere e soprattutto pensare. La parola d’ordine rimane “ricominciare” ma forse con una certezza in più: Obama, gioco forza, è stato l’eroe di un sogno che, nell’inconscio di ogni Statunitense, è già stato riconfermato presidente della nazione.

JUSTIN FORREST






permalink | inviato da J.Forrest il 20/5/2011 alle 19:30 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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